Si scrive “sostegno scolastico”, si legge vita, lavoro, fatiche quotidiane di famiglie, docenti e dirigenti alle prese con l’inclusione dei ragazzi con disabilità. Situazioni che cambiano a seconda del tipo di disturbo, dell’istituto frequentato e anche della collocazione geografica. Tecnica della Scuola ha raggiunto alcune famiglie con ragazzi che necessitano di sostegno scolastico, nel Nord, nel Centro e nel Sud del Paese. Ove richiesto, i nomi degli studenti sono di fantasia, per tutelare la privacy e i risultati raggiunti. Ma le storie sono vere, verissime, e raccontano un’inclusione scolastica tra luci e ombre. Se infatti alcune famiglie sono fortunate, avendo incontrato i docenti e le scuole giuste, molte altre – come emerso anche dal sondaggio esclusivo del nostro giornale – ritengono che il sistema non funziona.
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Come Laura, mamma di Luca, ragazzo con una forma severa di autismo diagnosticata a due anni e mezzo. “Mio figlio ha avuto il docente di sostegno sin dalla scuola primaria, qui a Torino“, racconta. “Nella scuola dell’infanzia il problema è stato quello della continuità, risolto poi alle elementari e alle medie. Se i docenti cambiano sempre, stabilire un rapporto è difficile. Per fortuna Luca è stato aiutato da una figura esterna”.
I problemi più seri sono cominciati alle superiori. “Abbiamo iscritto Luca ad un liceo artistico, pensando che fosse più dinamico e adatto alla situazione“, prosegue Laura. “Come sostegno abbiamo avuto prima un docente uomo, che sembrava disponibile e con una certa esperienza, ma alla prima difficoltà è letteralmente fuggito. Poi una docente donna, che però non è riuscita a instaurare alcun rapporto con mio figlio, generando anche situazioni pesanti“.
Qualche esempio? “Un giorno vengo convocata d’urgenza perché Luca ha avuto una crisi, e vogliono portarla via. Quando arrivo, mi rendo conto che non c’è nulla di drammatico. Lì ho capito che mio figlio era diventato un problema da rimuovere”. Laura e suo marito, però, hanno dato battaglia. “Ci siamo rivolti a una psicologa esterna, che ha certificato come la situazione di Luca non fosse affatto peggiorata, e all’Ufficio Scolastico Regionale“.
Da quel momento in poi, le cose sono cambiate. “Due anni fa abbiamo avuto una nuova docente, che ha saputo creare un rapporto con Luca”, dice Laura, con sollievo. “È affiancata da un professionista esterno, che completa le ore scolastiche oltre quelle coperte dal sostegno. Con loro, finalmente mio figlio può frequentare la scuola in modo sereno. Mi chiedo però cosa sarebbe accaduto a una famiglia con meno mezzi, che non avrebbe saputo resistere”.
Una battaglia non troppo diversa da quella di Samuele, papà di Paolo, ragazzo autistico della provincia di Roma. Anche loro hanno dovuto fare i conti con varie sfide. “La difficoltà più grande è stata la scarsa continuità didattica e la carenza dei docenti di sostegno, sin dalla prima elementare“, spiega. “Per fortuna, anche grazie agli Oepac (Operatore Educativo per l’Autonomia e la Comunicazione) siamo riusciti a garantire la permanenza a scuola“.
Con le medie le cose sembravano essersi messe per il meglio. “A Paolo è stato assegnato un docente di sostegno molto bravo, che lo ha preso a cuore e con cui si è creato un bel clima di collaborazione. Per questo auspicavamo che venisse confermato. Putroppo non è stato così”. Una mancanza di continuità didattica, appunto, che ha rischiato di vanificare i progressi fatti. “Dopo che si interrompe un percorso non è facile ricominciare, per nessun bambino“.
A questo punto per la famiglia inizia un calvario fatto di rimandi, sostituzioni e mancanza di comunicazione con la dirigenza. Per Paolo, di fatto, non c’è stabilità. “Per una persona con il suo quadro diagnostico è fondamentale avere poche figure di riferimento. Purtroppo questo non sempre è avvenuto”. Inutile chiedere spiegazioni al preside. “Non abbiamo mai ricevuto nessuna giustificazione valida, né dal punto di vista organizzativo né pedagogico”.
Oggi lo studente va in terza media e la situazione non si è ancora assestata. “A oggi, Paolo riceve il sostegno soltanto per quindici ore, invece che per le diciotto che gli spetterebbero per legge. In altre parole, per tre ore è scoperto”. Uno stato di cose che ha spinto la famiglia a chiedere l’intervento di FISH, Federazione per i diritti delle persone con disabilità e famiglie. “Grazie a loro abbiamo avviato altre interlocuzioni, e speriamo che le cose possano cambiare”.
Sul sostegno non c’è niente da salvare, insomma? Per fortuna, no. Una bella storia di inclusione ed efficienza amministrativa arriva da Catania. Dove Matteo, ragazzo con disabilità causata da una rara sindrome, ha trovato una soluzione ideale. “È vero, le procedure sono molto complesse, e molti possono avere delle difficoltà”, ammette la mamma Tania. “Nel nostro caso, però, il sistema ha funzionato. Dunque, se si vuole, si può”.
Con una malattia diagnosticata dalla nascita, il percorso di Matteo è sempre stato “accompagnato”. Oggi studia in un istituto tecnico, e a breve conseguirà il diploma. “Da parte dei docenti di sostegno, degli Asacom (Assistenti Specialistici all’Autonomia e alla Comunicazione) e della dirigenza c’è stato grande supporto”, dice Tania. “Naturalmente le difficoltà sono tante, ma siamo contenti di aver trovato una realtà così attenta”.
La mamma sottolinea anche un altro aspetto. “Non sono soltanto gli adulti ad aver preso a cuore Matteo, ma anche i compagni di classe. Lui è un ragazzo eccezionale, che nonostante i limiti fisici ama fare tutto, dalla musica ai viaggi. E a scuola ha potuto partecipare anche alle gite scolastiche, senza problemi”. Un risultato non scontato, visto che sono tanti i ragazzi con disabilità che, malgrado le tutele sulla carta, sono costretti a rinunciare.
Per Matteo, per fortuna, non è stato così. “Addirittura ci sono state delle situazioni in cui gli assistenti non c’erano, e i docenti si sono adoperati per aiutarlo”, ricorda Tania. Una dimostrazione che l’inclusione, se c’è buona volontà, può funzionare. “Anche in una realtà come quella della Sicilia, dove spesso si tende a pensare che vada tutto male. La storia di Matteo dimostra che ci sono anche delle belle storie, e che tutti possono avere le stesse opportunità”.