Come è andata sperimentazione condotta dal MIM sull’intelligenza artificiale nella didattica e svolta in 15 istituti (superiori di I e II grado) nei due anni scorsi? Iniziano ad uscire i primi dati di analisi e fra questi l’indagine realizzata da SWG per l’Osservatorio DisclAImer che ha riguardato 13 istituti scolastici coinvolti nella sperimentazione e 796 studenti.
Osservatorio DisclAImer e un format ideato e realizzato da Riccardo Luna per il Corriere della sera che oggi pubblica in anteprima gli esiti dell’indagine che sarà presentata e discussa oggi a Brindisi
Dalla lettura dei dati pubblicati oggi sul Correre della sera risultano differenze interessanti tra classi sperimentali e di controllo, ma non è possibile affermare che siano statisticamente significative perché non abbiamo a disposizione alcuni dati (numerosità dei sottogruppi, margini di errore, test statistici e informazioni sull’equivalenza iniziale delle classi) che con tutta probabilità saranno invece presenti nel corso della discussione di Brindisi.
Le differenze esplicitamente più significative riguardano alcuni indicatori. Ad esempio il 38% degli studenti delle classi sperimentali (contro il 30% delle classi di controllo) dichiara che è migliorato il rapporto con i docenti mentre l’importanza di verificare l’affidabilità delle informazioni è indicata al 35% per le classi sperimentali contro il 30 delle classi di controllo. La presenza dell’IA sembra quindi poter rafforzare la mediazione docente, almeno quando l’introduzione avviene dentro un percorso educativo strutturato. E così il 46% degli studenti delle classi sperimentali (contro il 36 delle classi di controllo) ritiene necessario che il docente debba insegnare a usare bene gli strumenti digitali. La sperimentazione sembra quindi associata soprattutto a una maggiore consapevolezza critica e a una diversa rappresentazione del ruolo docente.
Inoltre il 35% nelle classi sperimentali considera importante saper verificare l’affidabilità delle informazioni contro il 30% nelle classi di controllo. Circa uno studente su cinque considera prioritarie competenze come memorizzare; essere costanti, essere disciplinati. Rispetto al futuro il 67% vuole una scuola che valorizzi maggiormente originalità e idee divergenti, il 57% pensa che con l’IA si studierà meno, il 52% pensa che si ragionerà meno e il 50% circa teme che diventi più difficile riconoscere il merito e l’impegno.
Emerge così che il dato più interessante è qualitativo: nelle classi sperimentali l’IA non verrebbe necessariamente usata di più, ma in modo più consapevole, critico e finalizzato.
La ricerca in sostanza viene a confermare gli elementi chiave delle moltissime altre indagini (fra tutte si veda la recentissima indagine presentata da Indire al Festival dell’Innovazione) effettuate in questi ultimi mesi su IA e educazione. Ad esempio al docente viene richiesto un nuovo ruolo che superi la semplice trasmissione dei contenuti per diventare guida del pensiero critico, mediatore nell’uso degli strumenti, garante della qualità delle fonti, accompagnatore del processo di apprendimento. E’ una conferma dei modelli pedagogici didattici Human–AI Teaming e Human-as-Curator che oggi sono al centro del dibattito tra esperti di formazione.
Gli stessi studenti sembrano comprendere che imparare a usare l’IA richiede accompagnamento e così non chiedono soltanto accesso agli strumenti, ma criteri per governarli. Nello stesso tempo il 57% degli studenti pensa che si studierà meno e il 52% che si ragionerà meno. Non si tratta tuttavia di un rifiuto dell’IA perché gli stessi studenti immaginano una scuola più interessante e appassionante dove tuttavia deve essere chiaro il discrimine tra facilitazione e sostituzione dello sforzo cognitivo. Insomma, da questi primi dati appare con chiarezza che i ragazzi e le ragazze stanno maturando un sempre più significativa consapevolezza sulla sfida che l’IA pone all’apprendimento e sul significato dell’apprendimento stesso in una società che cambia ad una velocità sempre più vertiginosa.