Mentre gli stipendi dei dipendenti della pubblica amministrazione, docenti e personale Ata in testa, fanno fatica a stare dietro all’inflazione, per magistrati e dirigenti pubblici – ma anche amministratori delegati e dipendenti delle società controllate dalle Pa – arriva il via libera a guadagnare cifre da capogiro: la Consulta, con la sentenza n. 135/2025, ha infatti stabilito che non è costituzionale il “tetto” di 240mila euro annuale approvato dal Governo Renzi con il comma 1 dell’articolo 13 del decreto legge n. 66 del 24 aprile 2014: si trattava, a detta della Corte Costituzionale, di una disposizione legislativa straordinaria e temporanea, allora giustificata dall’“eccezionale crisi finanziaria”.
Si torna al decreto legge n. 201/2011 del Governo Monti, che aveva stabilito come massimo guadagno nei comparti pubblici quello del primo presidente di Cassazione.
La Repubblica scrive che servirà ora un Dpcm, frutto del lavoro delle commissioni parlamentar competenti, a stabilire l’importo aggiornato.
“La Consulta – sottolinea la testata nazionale – sottolinea che questa pronuncia si pone in linea con i principi condivisi da plurimi ordinamenti costituzionali europei. E richiama la sentenza della Corte di giustizia dell’Unione europea del 25 febbraio 2025 (Grande Sezione, cause C-146/23 e C-374/23), che aveva censurato analoghe riduzioni retributive dei magistrati”.
La decisione della Corte Costituzionale sull’abbattimento del massimale per i dipendenti pubblici potrebbe apparire una piccola beffa per i tanti ministeriali che percepiscono stipendi decisamente bassi: tra questi, figurano senza dubbio i dipendenti della scuola.
I docenti italiani – ci dicono gli ultimi dati dell’Aran esaminati da La Tecnica della Scuola – percepiscono circa 10mila euro in meno rispetto alla retribuzione media annua dei dipendenti della pubblica amministrazione: in particolare, gli insegnanti a tempo indeterminato, comuni e di sostegno, ricevono intorno ai 32.500 euro l’anno, a fronte di una media per il personale in regime di diritto pubblico che supera i 43.700 euro l’anno: nella Pa, solo i dipendenti delle “funzioni locali”, ovvero di comuni, province, regioni e città metropolitane, ricevono meno rispetto agli insegnanti.
Sempre nella scuola, a stringere di più i denti stringere i denti, ricordiamo, sono soprattutto i docenti precari, che devono fare i conti con stipendi al minimo: attorno ai 1.500 euro netti mensili (almeno 300-400 euro in meno rispetto a quanto servirebbe a pareggiare l’inflazione), intervallati da periodi di stop lavorativo tra una supplenza e l’altra. Per il personale Ata non di ruolo, invece, gli stipendi si attestano tra i 1.100 e i 1.200 euro al mese.