Gli smartphone, e il divieto di loro uso a scuola anche nelle superiori, sono la notizia che continua a tenere banco nel dibattito pubblico e, come una cartina tornasole, permette a tutti di ribadire la propria posizione su educazione, scuola, figli, adolescenti, docenti.
Ieri sera il filosofo Stefano Moriggi, coautore con Pier Cesare Rivoltella e Vittorio Gallese del volume Oltre la tecnofobia, è intervenuto su Sky. Oggi tra gli editoriali del Corriere della sera troviamo un intervento di Gigi De Palo, giornalista, già presidente Acli e assessore alla famiglia a Roma, ideatore degli Stati Generali della Natalità e presidente della Fondazione per la Natalità.
“Educare significa dire anche “no”: questo il titolo del suo commento sul tema dello smartphone e delle scelte epocali cui siamo di fronte.
La su riflessione parte dall’incontro con molti ragazzi da cui ha ricavato la seguente impressione: “nell’incontrarli mi sarei aspettato da parte dei più giovani una difesa della libertà di uso degli smartphone, della loro autonomia e indipendenza da limiti e vincoli. Mi ha colpito molto, invece, notare che fossero proprio i ragazzi a chiedere regole. Alcuni ammettevano con sincerità di avere l’impressione di non riuscire a fare a meno delle tecnologie, che lo smartphone fosse diventato una specie di protesi emotiva e sociale delle loro vite. In alcuni casi erano loro stessi a suggerire l’utilità di porre limiti, dei divieti, vincoli che consentano loro di recuperare spazi di libertà”
Una realtà complessa che si rifiuta alle semplificazioni.
Così, dopo aver citato studi dell’Università Cattolica e l’analisi «Eyes up» dell’Università Bicocca riconosce che non è proprio i caso di divedersi assumendo posizione estreme “inconciliabili: o tutto bianco, o tutto nero. Ma la realtà, soprattutto quando riguarda la crescita dei nostri ragazzi, è complessa. E richiede risposte complesse”.
Da qui la consapevolezza che “la vera questione non è decidere se vietare o educare, ma come combinare in modo intelligente queste due dimensioni”.
Ne esce così la proposta concrete di “costruire un cammino educativo che porti i ragazzi, magari insieme alla scuola, a «conquistarsi» lo smart-phone attraverso un percorso mirato alla consapevolezza digitale”.
Costruire una comunità educante
SI tratta di “un viaggio formativo progressivo, serio, accompagnato da adulti competenti e coinvolti. Un passaggio educativo che riconosca il valore e la complessità dell’uso di uno strumento potente come lo smartphone e prepari i ragazzi a gestirlo con maturità”.
Non è una sfida che possa essere vinta in solitudine dai ragazzi, oppure dalla sola scuola o dai soli genitori: necessità di una alleanza educativa che coinvolge anche associazioni, politica, istituzioni.
E così siamo da capo: in questa comunità educante che ruolo concreto ha e deve avere la scuola?
Come fa a educare all’uso critico dello smartphone se questo è chiuso in cassaforte?
Sembra il gioco dell’oca: si torna sempre al punto di partenza.
Forse perché non ci si fida troppo dell’azione della scuola?