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Una dose di umiltà per i presidi che non riconoscono il lavoro dei docenti

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“Questo alunno non si impegna, non studia, è svogliato, non esegue i compiti, non merita di essere ammesso alla classe successiva”.

Quante volte i docenti hanno pronunciato queste frasi in occasione degli scrutini intermedi e finali dell’anno scolastico e si sono sentiti rispondere dai Dirigenti Scolastici; “Quali strategie ha messo in atto per recuperare questo alunno”.

Insomma con la fatidica parola “strategie” tutti i Dirigenti scolastici liquidano i docenti, dimenticando quasi del tutto che, un tempo, anche loro sono stati docenti.

Sembra quasi che il concorso per diventare Dirigenti scolastici preveda la fase di resettaggio di tutto ciò che p avvenuto prima del ruolo di dirigenti. Essere responsabili di una istituzione scolastica significa soprattutto costruire un buon clima di lavoro, di convivenza e di partecipazione alla vita democratica della scuola.

La parola magica “strategia”, non deve servire in alcun modo a colpevolizzare il docente se, quest’ultimo, ha messo in campo tutti gli espedienti necessari acché l’alunno che presenta molte insufficienze, invece di migliorare il proprio rendimento abbia fatto registrare un passo indietro.

Il docente, nella sua libertà di insegnamento, ha tutto il dovere di mettere in campo le “fatidiche” strategie, ma se tutte le strade percorribili sono risultate vane, che colpa ne ha il “malcapitato” docente?

Occorre riflettere e soprattutto far acquisire ai Dirigenti scolastici, una considerevole dose di umiltà e di immedesimazione per il lavoro giornaliero che gli stessi insegnanti svolgono nelle classi.

Mario Bocola