Mobilità eccessiva, salari bassi, scarsa reputazione sociale, peggioramento del welfare. UNESCO e la relativa reportistica fotografano un quadro preoccupante e compromesso. Differenze regionali, nazionali e globali sì interessano la classe docente, ma le problematiche riscontrate restano le medesime: nessuna realtà, anche tra le più ricche e benestanti, è esente da questioni spinose non portate all’attenzione dei Ministeri.
Le scuole svolgono una funzione sociale tra le più delicate: sono spesso avamposto della civiltà dove di quest’ultima non v’è traccia, tra guerre, crisi territoriali, sanitarie e geopolitiche, costituiscono un’inevitabile certezza per chi cerca un riparo sociale e morale, rette da eroici docenti. La sicurezza degli istituti è, inoltre, in calo: aggressioni e violenze restano quasi quotidiane, in casi gravi si contano delle vittime. Le classi affollate e le scarse possibilità di crescita e carriera portano i giovani in procinto di scegliere il proprio percorso di studi e professionale ad evitare la scuola e ciò che la rappresenta. Perché?
A livello globale, il rapporto pubblicato da UNESCO Institute for Statistics in occasione della giornata mondiale degli insegnanti del 5 ottobre 2025 mette in luce una crisi profonda della professione docente nei Paesi più vulnerabili. Per esempio, in Africa subsahariana la quota di insegnanti della scuola primaria formalmente qualificati è calata dal 85% al 69% tra il 2000 e il 2024, mentre nella formazione secondaria è scesa dal 79% al 59%.
Parallelamente, l’agenzia stima che siano necessari 44 milioni di nuovi insegnanti entro il 2030 affinché si possa raggiungere l’obiettivo di istruzione universale. Questi dati evidenziano non solo una mancanza di numeri, ma un problema strutturale: carenze di formazione continua, condizioni lavorative precarie, alta pressione da risultati immediati. In contesti territoriali fragili, gli insegnanti non sono solo educatori, ma pilastri di speranza per famiglie spesso marginalizzate. Quando questi pilastri vacillano, il rischio che l’istruzione perda la sua forza trasformativa diventa reale.
In Italia, la professione docente si trova a fronteggiare sfide significative che combinano aspetti economici, professionali e motivazionali, in particolare per le nuove generazioni. I dati più recenti indicano che gli stipendi reali degli insegnanti della scuola primaria sono diminuiti del 4,4% nel 2024 rispetto agli anni precedenti, mentre il divario con i lavoratori laureati a tempo pieno si attesta intorno al 33%, molto superiore alla media OCSE del 17% (servizi e STEM). La riduzione degli stipendi reali negli ultimi anni, stimata fino all’8% in termini comparativi con altri Paesi europei, accentua la percezione di una scarsa se non quasi assente valorizzazione della professione docente.
Nonostante la stabilità contrattuale – con il 79% degli insegnanti a tempo indeterminato – solo il 23% dichiara di essere soddisfatto del proprio salario, contro una media OCSE del 39%, segnalando una frustrazione diffusa che può incidere sulla motivazione e sulla qualità della didattica impartita. Questi dati evidenziano come, al di là della sicurezza del posto di lavoro, restino urgenti interventi strutturali ed efficaci per valorizzare la scuola e chi ci lavora.