La survey, rilasciata la scorsa settimana dall’UNESCO, delinea un quadro preoccupante, specie per le minoranze etniche, in termini di accesso allo studio. Difatti, non tutti sono in grado di apprendere e studiare nella rispettiva lingua madre: chi nasce e cresce presso comunità idiomatiche autonome può trovarsi in enorme difficoltà quando la politica linguistica del rispettivo paese presenta tratti uniformanti. È il caso di alcune realtà africane, balcaniche e centroasiatiche: il tentativo di fornire un confine etnograficamente attendibile ad alcuni paesi si è trasformato nella ghettizzazione ed isolamento di numerose comunità linguistiche con conseguente dispersione scolastica dei membri più giovani o la definitiva perdita degli stessi in quanto emigrati altrove. Ciò presenta delle conseguenze dannose anche per la comunità stessa, in quanto perde parlanti nativi. In Italia, ad esempio, una legge del 1999 circa le minoranze linguistiche impone agli Enti Locali non solo il bilinguismo, ma anche il dover garantire formazione in lingua autoctona (sloveno, tedesco, ladino, francese e così via).
Negli ultimi anni, la questione dell’istruzione nella lingua madre è emersa come una sfida globale sempre più urgente. Secondo l’UNESCO, circa il 40% della popolazione mondiale non ha accesso a un’istruzione nella lingua che parla o comprende meglio, con punte che superano il 90% in alcune aree dell’Africa subsahariana e dell’Asia meridionale. Questo deficit linguistico ha impatti concreti sull’apprendimento: in Costa d’Avorio, solo il 25% degli studenti che non parlano la lingua dell’insegnamento a casa raggiunge le competenze di base in lettura, contro il 55% dei coetanei che la parlano. Situazioni simili emergono in Iran, dove il 20% degli studenti non persiani fatica a raggiungere livelli minimi di lettura, e in Turchia, dove metà degli adolescenti provenienti da famiglie non di lingua turca resta indietro rispetto alla media nazionale. Questi dati sottolineano quanto la lingua possa diventare un ostacolo invisibile ma concreto, creando disuguaglianze già a partire dalla scuola primaria e alimentando frustrazione tra studenti e famiglie che vedono i propri sforzi vanificati da barriere linguistiche.
Per affrontare questa emergenza educativa, l’UNESCO propone strategie concrete e multilivello, puntando su inclusione e partecipazione comunitaria. Tra le soluzioni suggerite vi è l’integrazione delle lingue madri nei curricula scolastici, accompagnata da una formazione specifica degli insegnanti affinché possano gestire contesti multilingui e diversificati. Altro punto chiave riguarda la produzione e la distribuzione di materiali didattici nelle lingue locali, strumenti essenziali per rendere l’apprendimento accessibile e stimolante. Infine, l’ente internazionale sottolinea l’importanza di coinvolgere attivamente le famiglie e le comunità, per garantire che la scuola diventi uno spazio inclusivo dove ogni bambino possa imparare senza sentirsi escluso o penalizzato dalla lingua che conosce meglio. L’obiettivo non è solo migliorare i risultati scolastici, ma dare agli studenti la sicurezza e la dignità di essere compresi, compresi davvero, nel loro percorso educativo.