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Aggiornato il 28.01.2026
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Università senza futuro, se non viene radicalmente riformata: saggio critico di Luca Solari

Pasquale Almirante

L’istruzione è in crisi? Pare di sì e non solo quella dell’obbligo, compresa la liceale, ma anche quella gestita dalle università che non riuscirebbe a uscire da una crisi profonda e antica, i cui nodi essenziali sarebbero: i finanziamenti e la razionalizzazione del sistema. 

Troppo semplice? Forse, anche perché come numero di laureati siamo messi male rispetto alla media europea, avendo l’università italiana crepe da tutte le parti e spesso pure scandali che se la divorano, tra concorsi truccati e giravolte dei docenti, numeri chiusi, che poi si aprano per creare confusione, ma in attesa che si richiudano, mancanza di mezzi e strutture, ricerca al lumicino, mentre non si capisce perché tanti studenti dal sud scappino per raggiungere atenei del Nord: cos’hanno queste ultime in più rispetto alle altre ultime? 

Sibila qualcuno, per risolvere le crisi strutturali e i problemi dei nostri atenei, occorrono più fondi e meno università, ma prestigiose. 

Tuttavia, scrive nel suo appassionato, perché è scritto con passione, libro Luca Solari (ordinario di Organizzazione aziendale presso l’Università degli Studi di Milano ed esperto del funzionamento delle organizzazioni complesse),   “Università senza futuro. Tra compromessi e riforme impossibili”, Guerrini e Associati, 18,50 €, che, dati alla mano, nell’anno accademico 2023/24 i nostri atenei contavano 1.960mila studenti, 113.400 docenti e 57.200 amministrativi e tecnici, un esercito in pratica che però sarebbe mal gestito. 

Tanta gente, insieme all’impiego di tanti mezzi, per espletare tre missioni: insegnare, ricercare, relazionarsi col territorio e il suo contesto. Se insegnare e ricercare potrebbero in qualche modo essere compresi, benchè l’autore mette anche queste  due “misson” sotto la lente d’ingrandimento, spiluccandone le fronde, la terza missione è più complessa e perfino delicata, considerato pure che deve dare conto all’Anvur, l’agenzia di valutazione.

Agenzia che elargisce i fondi in base ai risultati, i cui parametri dovrebbero essere rispettati, mentre scatta il confronto col territorio con l’obbiettivo di entrare in simbiosi con esso e studiarne le problematiche per risolverle, proponendo pure vie nuove e soluzioni condivise. 

In ogni caso la sua ossatura è costituita, come tutte le agenzie di istruzione, dai docenti che però, dice l’autore, hanno abdicato al poco potere che hanno per paura, per disinteresse, senza dunque prendere posizione di fronte alle storture, diventando così, in qualche modo. complici.

L’autore allora porta la sua analisi al cuore dell’istituzione, dove modelli organizzativi formali e informali generano equilibri fragili e poco dinamici, destinati a perpetuare i limiti del sistema che in tal modo diventa una sorta di rocca inespugnabile. Anzi scrive Solari, l’università appare più resistente al cambiamento persino della Chiesa e dell’Esercito.

Non sarebbe, l’università, allora capace di influire, come è invece nella sua mission, nel tessuto culturale, sociale ed economico, del territorio dove svolge il suo ruolo e più in generale nella nazione, condannandoli a inseguire il loro futuro invece di costruirlo. Non propone, né indica, ne progetta. Accoglie studenti e fa didattica esattamente come è sempre avvenuto, senza rinnovarsi.  

Una riforma radicale dell’università? Improcrastinabile, suggerisce solari, perché senza di essa, gli stessi finanziamenti del PNRR non potranno incidere come dovrebbero e come il Paese richiede. 

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