Home Archivio storico 1998-2013 Riforme Valutazione religione, le associazioni laiche sperano nella Consulta

Valutazione religione, le associazioni laiche sperano nella Consulta

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Hanno intenzione di giocare la “partita” legale sino in fondo sperando di convincere i giudici del Consiglio di Stato, cui ricorrerà il ministro Gelmini, a richiedere il parere della Corte Costituzionale su quello che definiscono un modello d’insegnamento ancora sottomesso ai dettami della catechesi e della confessionalità: a quella Consulta che in passato, ma vent’anni fa, su questo tipo di questione si è già espressa per due volte in linea con quanto sostengono oggi le associazioni laiche e le diverse confessioni religiose non cattoliche (avventisti, battisti, ebrei, luterani, pentecostali, e valdesi) che nei giorni scorsi hanno vinto il ricorso al Tar contro le ordinanze dell’ex ministro dell’Istruzione Fioroni con le quali intendeva equiparare i docenti di religione e le loro valutazione sugli studenti a quelle dei colleghi delle altre materie.
La linea di difesa della decisione del Tar, in risposta al ricorso al Consiglio di Stato del ministro Gelmini, viene annunciata da Domenico Maselli, presidente della Federazione delle chiese evangeliche in Italia (Fcei), tra i promotori del ricorso al Tar sull’ora di religione: “contrariamente agli anni precedenti questa volta andremo fino in fondo. In caso di invalidazione anche di questo pronunciamento faremo ricorso alla Corte costituzionale”.
Non si tratta di lotta anticattolica – sostiene Maselli – ma della tutela dei diritti di quegli scolari che non si avvalgono dell’Irc: la sentenza è la diretta conseguenza sia del fatto che l’ora di religione, sulla base dello stesso Concordato, è facoltativa, sia della dichiarazione della Corte Costituzionale secondo cui la Repubblica Italiana ha tra i suoi fondamenti il principio supremo della laicità“.
Le associazioni non cattoliche sono critiche per tutto l’impianto organizzativo che porta dietro alla cattedra gli insegnanti di ‘religione cattolica: “non dimentichiamo – continua Maselli – che parliamo di un insegnamento di inteso in senso catechistico, e che gli insegnanti sono scelti non mediante concorso statale, ma per nomina vescovile. Diverso sarebbe se si trattasse di un insegnamento scientifico e aconfessionale di storia delle religioni che permetterebbe anche il libero orientamento degli studenti“.
Dello stesso avviso è
Mario Di Carlo, coordinatore della ‘Consulta romana per la laicità delle istituzioni’, a sua volta a capo delle 24 associazioni non cattoliche e laiche che si sono rivolte al Tar per opporsi alle ordinanze sugli esami di Stato. Di Carlo precorre i possibili scenari tecnico-legali: I singoli cittadini non possono chiedere direttamente l’intervento diretto della Consulta – dice Di Carlo – ma i nostri avvocati in fase di dibattito potranno sicuramente insistere nei confronti del giudice sull’esigenza di intraprendere questa strada. Puntiamo sulla questione di costituzionalità perché è giunta l’ora di introdurre anche in Italia dei confini legislativi riguardo l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche: scuole dove nel 2009 si celebra ancora la messa“.
I rappresentanti delle associazioni sono amareggiati per le tante polemiche che hanno fatto seguito alla pubblicazione della sentenza: “la maggior parte dei commenti e dei giudizi su quanto emesso dal Tar – spiega il coordinatore delle associazioni – sono pura teoria ed in pochi mi sembra che abbiano letto le motivazioni di quanto stabilito dai giudici regionale. Quel che sostengono è invece esemplare, perché si basa su chiari principi ricavati da un sentenza della Corte costituzionale, la n.203 dell’89, ribadita due anni dopo, attraverso cui è stato sancito il ‘non obbligo’ di frequenza della religione cattolica e quindi, come conseguenza, la non valutabilità di chi opta per quell’insegnamento”. Sentenze definitive che si rifanno anche al concordato Stato-Chiesa del 1984, nel quale si è sancito il principio di non discriminazione.
Per questi motivi i laici sostengono l’impossibilità di assegnare crediti scolastici a chi ha seguito positivamente l’ora di religione: è giuridicamente impossibile che ciò avvenga – sostiene Di Carlo – perché comporta l’obbligo di parte degli studenti di aderire. Chi non farebbe religione, infatti, subirebbe un danno“.
Eppure la Cei, alcuni sindacati, come la Cisl Scuola e molti politici sostengono che la sentenza del Tar del Lazio discriminerebbe proprio gli studenti che si avvalgono della religione. La deputata ‘teodem’ del Pd Paola Binetti ha detto che è una “sentenza frutto della cultura laicista. Oggi il 93% degli studenti – ha sottolineato l’on. Binetti – chiede l’ora di religione. Come possono i diritti di una sparuta minoranza sovvertire quelli della stragrande maggioranza?”. E una posizione simile è stata assunta anche dall’ex vice-ministro Mariangela Bastico, vicino a Franceschini e Fioroni. Secondo Di Carlo questa posizione non è plausibile “perché in una condizione di parità hanno la stessa valenza le ragioni sia della minoranza sia della maggioranza: nei diritti fondamentali vale il principio che uno ha gli stessi diritti di cento“.