“Siamo ormai oltre il ridicolo e nel pieno del grottesco. L’ultima perla del Generale Vannacci? Le classi separate a scuola in base al ‘merito’ e al profitto, che secondo la sua singolare visione sarebbero persino ‘inclusive'”. Perchè “dopo averci deliziato in passato con le sue teorie sui ragazzi con disabilità, oggi il Generale si improvvisa pedagogista e propone un vero e proprio ‘apartheid di classe’ tra gli studenti: chi ha ‘ottimo’ in sezione A, chi ha ‘sufficiente’ nel ghetto della sezione D. E la chiama pure inclusione! Un po’ come dire che la gabbia dello zoo è inclusiva perché tutela i leoni raggruppandoli tra simili”. Lo ha dichiarato Giovanni Barbera, membro della Direzione nazionale di Rifondazione Comunista.
Roberto Vannacci, presidente del nuovo partito di destra Futuro Nazionale, ha detto la sua sull’esigenza di introdurre un sistema scolastico con classi distinte in base al merito e al profitto degli studenti: intervenendo nel corso di un convegno sull’istruzione nella Capitale, a Palazzo San Macuto, l’ex generale, l’ex Generale ha rilanciato sulle classi distinte, presentandole come un “fattore inclusivo e non discriminante”.
Barbera ritiene che “ciò che Vannacci rimpiange come ‘il bel tempo andato’ è esattamente la scuola classista, selettiva e reazionaria dell’epoca pre-Costituzione, che la Repubblica nata dalla Resistenza ha cercato di abbattere”. Invece, “il ruolo della scuola pubblica è rimuovere gli ostacoli sociali e valorizzare tutti, non fotografare le disuguaglianze e istituzionalizzarle creando sub-classi di serie B o C“.
L’esponente di Rifondazione ha quindi tenuto a dire che “la scuola pubblica ha bisogno di investimenti strutturali, contratti dignitosi per i docenti e aule sicure, non delle bizzarrie nostalgiche di chi vorrebbe riportare le lancette della storia all’impianto classista della Riforma Gentile del 1923. Il Generale si metta l’anima in pace: la scuola dell’esclusione non tornerà”, conclude Barbera.
Durante il suo intervento a Roma, Vannacci aveva anche detto che “dobbiamo avvicinare il mondo della scuola al mondo del lavoro. Io sono molto pragmatico: la cultura è bellissima, ma la cultura fine a sé stessa, parliamone. Vale la pena farla a spese del contribuente la cultura fine a sé stessa?”.
“È questa la domanda pragmatica. Noi abbiamo bisogno di una scuola pragmatica che prepari i giovani ai lavori del futuro. Altrimenti avremo perso la funzione primaria cioè creare i professionisti del futuro”, ha concluso l’ex Generale.