Ieri, 7 settembre, la squadra femminile del volley, guidata dal CT Julio Velasco, ha vinto il campionato del mondo a Bangkok. La gara ha visto prevalere l’Italia sulla Turchia solo al tie-break. Si tratta del 36esimo successo consecutivo delle azzurre.
Velasco, che spesso ha parlato di scuola, ha cercato di inquadrare l’approccio delle sue “ragazze” con una metafora dal sapore scolastico, a La Repubblica: “Le donne si preparano, non ho mai avuto una compagna alle superiori che si presentasse a un esame senza aver studiato. Gli uomini magari preferivano giocare a calcio. Questo gruppo possiede queste caratteristiche all’ennesima potenza: la capacità di imparare, lavorare, essere autonome ed autorevoli come chiedevo dal primo giorno. Cioè, saper fare quel che serve in campo, senza un allenatore che le consideri giocattoli, ma sia come un genitore che insegna al figlio a essere indipendente”.
E, in generale sui giovani: “Si parla sempre male dei giovani. Come facciamo a rapportarci con i giovani se continuiamo a dirgli ‘noi eravamo meglio di voi’ ‘noi giocavamo col cavallo di legno e voi state sui social’? Se me lo avessero detto a 18 anni li avrei mandati a quel paese. I giovani sono diversi perché vivono in un mondo diverso. Io ho sempre avuto fiducia in loro, nelle mie figlie, nei nipoti, nei giocatori: anche nella mia squadra ammiro la capacità d’adattamento e la voglia di lavorare. Queste ragazze sono state favolose: come avevo chiesto, si sono comportate come una squadra che aveva perso, non vinto a Parigi”.
L’argentino, tempo fa, ha dato alcuni consigli per instaurare un buon rapporto con i giovani di oggi.
“Dobbiamo smettere noi adulti di dire ‘ai miei tempi’. Volevamo cambiare il mondo e lo abbiamo fatto, non abbiamo sbagliato tutto: oggi ci sono tante cose che diamo per scontate, c’è stato il femminismo, l’aborto, il divorzio… Dobbiamo dire ai giovani che sono bravi e che devono continuare a cambiare il mondo: se gli ripetiamo sempre che noi eravamo migliori, dove la trovano la forza per farlo? E all’opposto questo non significa che dobbiamo viziarli, proteggerli dalle delusioni e dar loro sempre ragione, perché sarebbe come dire loro che sono deboli”.
“Se anche è vero che un professore ce l’ha con tua figlia, come mi disse lei, deve riuscire a essere promossa lo stesso perché nella vita ci sarà sempre qualcuno che ce l’ha con te. Si devono fare gli anticorpi alla frustrazione. È sano chi sviluppa un buon sistema immunitario, non chi non viene mai a contatto col virus. I ragazzi dobbiamo elogiarli, criticarli ma non giudicarli. Le critiche stimolano l’autonomia, ma l’importante è che ci sia la fiducia, quella è la colonna portante nel rapporto coi giovani”, ha aggiunto, usando la metafora della scuola.
“Credo che si esageri con le metafore sportive nella società, perché lo sport è competizione e a volte non basta fare tutto bene o perfino benissimo se c’è uno che fa meglio di te. La vita non è un campionato, vincere non è l’unico modo di fare le cose, non esiste una classifica dei medici. I genitori non vogliono che una bambina pianga dopo una sconfitta, ma solo per un film o una poesia: ma perché? Gli sportivi e anche i tifosi le vogliono tutte quelle sensazioni, belle e brutte, perché l’importante è vivere un’emozione”, ha concluso.