Home Didattica Viaggio nelle innovazioni della scuola italiana

Viaggio nelle innovazioni della scuola italiana

CONDIVIDI

Rivoluzionare la nostra scuola? Forse si può se il mestiere dell’insegnante diventa anche passione e se  si creano sinergie per un lavoro di equipe volto a togliere dall’insegnamento ciò che è obsoleto e grigio.

Valentina Pigmeni su Internazionale.it ha realizzato un reportage sulla scuola italiana che merita tutta l’attenzione dei prof e per tale motivo la riportiamo.

Icotea

 “E comunque il problema non è la scuola primaria, ma la scuola media, il vero buco nero del nostro sistema educativo”.

E infatti gli studenti italiani non sono bravi, anzi sono tra i meno bravi d’Europa. E il numero di Neet nel nostro paese è altissimo, al pari della Grecia. La nostra “buona scuola” non è così buona, dicono, insomma le prove Invalsi.

Ma siamo sicuri che la scuola sia ovunque così obsoleta? Siamo sicuri che non si stia invece muovendo qualcosa?

Ecco, scrive la giornalista, alcune esperienze di scuole primarie statali e pubbliche dove si stanno sperimentando altre direzioni, in certi casi anche da alcuni anni. Scuole che potrebbero diventare e, in parte lo sono già, modelli per altre scuole. E i risultati sono ottimi (e più che ascoltare le Invalsi, qui il test migliore è chiedere gli studenti se vanno a scuola volentieri).

La classe rovesciata

 

LA TECNICA DELLA SCUOLA E’ SOGGETTO ACCREDITATO DAL MIUR PER LA FORMAZIONE DEL PERSONALE DELLA SCUOLA E ORGANIZZA CORSI IN CUI È POSSIBILE SPENDERE IL BONUS.

{loadposition bonus}

 

Di questo movimento “dal basso” è testimone anche anche l’Istituto nazionale di documentazione, innovazione e ricerca educativa (Indire), che nell’ultimo biennio sembra abbia avuto uno slancio concreto nelle proposte di aggiornamento dei docenti, ricerca e valutazione dei progetti. A Indire mi dicono che inizialmente si sono rivolte a loro 22 scuole, che adesso sono le scuole “pilota”, ma nel giro di un anno sono già 400. Scuole che hanno introdotto alcune delle 12 idee proposte dall’istituto (vai qui per leggerle tutte), tra cui nuovi modelli di apprendimento come la flipped classroom (la classe rovesciata) o l’introduzione di stampanti in 3d nelle scuole d’infanzia.

In generale, uno dei progetti più interessanti è quello dei Senza Zaino. Qualche anno fa Marco Orsi, maestro e pedagogista illuminato che insegna in una scuola di Lucca, è andato a visitare alcune scuole steineriane, montessoriane, libertarie, scuole non tradizionali insomma e, prendendo spunto da queste esperienze e non solo, si è inventato un vero metodo educativo.

Oggi alla Scuola Senza Zaino aderiscono più di cento scuole pubbliche. Il gesto di buttare lo zaino è simbolico, ma anche pratico: ci si muove con una cartellina leggera e a scuola si lasciano libri e materiale didattico. Le aule sono simili a open space, con aree dedicate a varie attività, e la cattedra è in un angolino. Il maestro supervisiona il lavoro degli studenti che sono responsabilizzati e attenti.

La scuola che resiste e che innova non è solo, necessariamente, nelle grandi città

A Firenze alla Scuola Città Pestalozzi, uno dei tre istituti italiani che sperimentano la wikischool, si fanno grandi cose. Per averne un’idea consiglio la visione di Educazione affettiva di Federico Bondi e Clemente Bicocchi (in queste settimane il documentario è in tour per la penisola). Il documentario, girato con una grazia che ricorda Truffaut e candidato ai David di Donatello, è forse il più bel documentario italiano sulla scuola e racconta gli ultimi giorni di quinta elementare di una classe della scuola fiorentina.

I maestri, Paolo Scopettani e Matteo Bianchi, nel film parlano pochissimo. Quando lo fanno i bambini sono incantati. Spesso i maestri li abbracciano o semplicemente li guardano. Non sgridano, non urlano mai. Due maestri che si pongono sono davvero come guide, e non insegnanti, e sarebbero piaciuti molto a Maria Montessori.

La storia di Maria Montessori, che per molti è solo la signora ritratta sulle vecchie banconote da mille lire, è una tipica anomalia italiana: il metodo che il mondo intero riconobbe come rivoluzionario, in Italia, complice il fascismo, che la relegò ai margini, ancora oggi non stato è riassorbito del tutto dal sistema scolastico istituzionale. Le scuole montessoriane sono più numerose e rinomate all’estero che in Italia.

Comunque, anche da noi esistono istituti, statali o paritari, che usano sperimentalmente il metodo (una mappa completa delle scuole Montessori è qui). All’Istituto comprensivo Maria Montessori di Roma, una scuola statale, i bambini sono indaffarati e sereni. E anche gli insegnanti sono contenti, nonostante il lavoro sia molto impegnativo, come mi spiega Mariafrancesca Venturo, maestra della scuola primaria, autrice di Ho fame: il cibo cosmico di Maria Montessori (Mattioli 1885), un libro utile per capire tante cose sul metodo.

In viale Adriatico si lavora bene, grazie anche alle compresenze tra insegnanti, le quali lavorano anche fuori dell’orario di lezione per produrre i materiali necessari alle “presentazioni” (qui non si chiamano “lezioni”). La divisione tra le materie non esiste, i bambini sono abituati a muoversi liberamente tra i vari interessi.

Ci spostiamo a Bologna. Qui c’è la primaria Mario Longhena, una scuola con più di 300 alunni, situata nel parco del Pellegrino, sui colli. In città tutti la conoscono perché è la scuola dai cui gli studenti non uscirebbero mai (le foto dei bambini sporchi di fango sul sito non ufficiale della scuola parlano chiaro). “Siamo un gruppo di maestre molto unite”, racconta Marzia Mascagni. “Qui c’è stata la prima occupazione fatta di genitori, insegnanti e studenti, nel 2002, dopo la riforma Moratti”, mi dice con orgoglio. “Lavoriamo a classi aperte, con molte compresenze tra insegnanti, alterniamo momenti di studio e momenti di svago, spesso all’aperto. Il parco in cui giocano i nostri bambini è senza recinzione, li lasciamo liberi e ci aspettiamo un senso di responsabilità da parte loro. I voti? Solo in pagella, alla fine dell’anno”. Ma la scuola che resiste e che innova non è solo, necessariamente, nelle grandi città.

A Giove, in Umbria, un paesino di poche anime, insegnano Franco Lorenzoni e Roberta Passoni, i quali da anni mettono in pratica benissimo tutta la teoria appresa all’interno del Movimento di cooperazione educativa e lavorano proprio nella direzione dell’apprendimento esperienziale tanto agognato da Stella. Roberta Passoni ha scritto un libro sull’educazione alla lettura nella scuola primaria, A partire da un libro, che può essere uno strumento prezioso per i maestri che cerchino nuove strade per l’insegnamento.

Un fenomeno nuovo e prorompente

La provincia italiana è del resto storicamente teatro di esperienze pedagogiche fuori dal comune: Mario Lodi, che per primo importò gli insegnamenti del francese Célestin Freinet e che fu un vero riferimento per tantissimi insegnanti fino alla sua scomparsa avvenuta nel 2014, insegnava in un paesino del cremonese; ma anche don Milani – che non ci si stanca mai di rileggere (di recente è stato ripubblicato il suo La scuola della disobbedienza) – o Danilo Dolci hanno lavorato indisturbati in luoghi isolati e periferici; o Nora Giacobini, una delle animatrici del Movimento di cooperazione educativa, che rivoluzionò l’insegnamento della storia e che visse per tanti anni alla casa-laboratorio Cenci, in Umbria (proprio qui dal 21 al 25 aprile ci sarà un convegno in suo onore).

Il mio viaggio finisce in Alto Adige, dove forse la scuola “alternativa” e quella tradizionale stanno dialogando di più. Beate Weyland, professoressa di scienza della formazione alla Libera Università di Bolzano, racconta di aver accompagnato sette scuole pilota, di varie regioni italiane, nella stesura di una sorta di manifesto, un documento che propone una ristrutturazione degli edifici. “Un fenomeno del tutto nuovo e prorompente”, mi dice. “Le scuole e i loro comuni stanno cercando una forma personalizzata, e per farlo riflettono proprio sugli automatismi arrugginiti che per tanto tempo le hanno rese prigioni tristi. All’interno della scuola pubblica, che finora era un luogo ‘di tutti e di nessuno’, s’inizia a credere di poter dare identità al luogo di lavoro”.