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Votare fuori dalle aule, molte parole pochi fatti

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La scadenza del voto amministrativo e referendario (20 e 21 settembre) incomincia a preoccupare non poco il mondo politico e già si moltiplicano le iniziative per consentire che i seggi elettorali vengano allestiti fuori dalle scuole.

La Regione Marche, per esempio, ha deciso di erogare un contributo straordinario aggiuntivo ai che non utilizzeranno le scuole come seggi elettorali.
“Offriamo un incentivo alle amministrazioni comunali per non interrompere l’anno scolastico che inizia una settimana prima delle elezioni – spiega il presidente Luca Ceriscioli – Il contributo rappresenta uno stimolo a lasciare aperte le scuole, un atto di sensibilità nei confronti degli studenti”.

Persino il Senato è intervenuto sulla questione inserendo un passaggio specifico nella risoluzione approvata nella giornata del 28 luglio in occasione del voto sulla proposta di proroga dello stato di emergenza.
Con tale provvedimento il Senato ha impegnato il Governo “a individuare gli spazi più adatti ad accogliere le operazioni di celebrazione della tornata elettorale e referendaria dei prossimi 20-21 settembre, preferendo la scelta di non svolgere dette procedure all’interno degli edifici scolastici”.

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Va detto però che trasformare questa risoluzione in atti amministrativi concreti non sarà facile anche perché la procedura elettorale deve sottostare a regole precise.
Per esempio c’è il vecchio DPR 361 del 1957 che stabilisce le caratteristiche delle sale dove si vota.
L’articolo 42 è chiaro: “La sala delle elezioni deve avere una sola porta di ingresso aperta al pubblico. La sala dev’essere divisa in due compartimenti da un solido tramezzo, con un’apertura centrale per il passaggio. Il primo compartimento, in comunicazione diretta con la porta d’ingresso, è riservato agli elettori, i quali possono entrare in quello riservato all’Ufficio elettorale soltanto per votare. Le porte e le finestre che siano nella parete adiacente ai tavoli, ad una distanza minore di due metri dal loro spigolo più vicino, devono essere chiuse in modo da impedire la vista ed ogni comunicazione dal di fuori”.

Norme che, di fatto, rendono impraticabile la possibilità di votare in tendoni o padiglioni provvisori come qualcuno sta proponendo.

Il problema è reso ancora più complesso se si considerano i numeri in gioco. Nelle ultime elezioni (le europee del 2019) vennero allestite 61.500 sezioni elettorali, 55mila delle quali nelle scuole. Le altre erano sezioni ospedaliere, ad eccezione di poche centinaia che erano state aperte in locali diversi dalle scuole.
Reperire locali adatti nel giro di poche settimane risulta quindi del tutto impossibile ed è abbastanza evidente che parlare di voto nelle caserme dismesse o in altri edifici equivale ad un flatus vocis o poco più, utile per fare un po’ di propaganda politica ma niente altro.

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