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Voti alti alla maturità e bassi per Invalsi? Lasciamo cadere le difese ideologiche e partiamo dai dati

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Dispiace questa conferma dei voti alti agli esami di maturità in regioni che hanno i dati Invalsi ed Ocse-Pisa più bassi. Dispiace perché questa disparità, al di là delle griglie di valutazioni, alimenterà ancora una volta giudizi sommari.

Mentre, lo sappiamo, ci sono scuole serie e docenti equi in ogni dove, mentre altri, magari, non disdegnano una certa elasticità, chiamiamola così, con voti alti.
Quando avremo criteri di valutazione, appunto, equi?

Solo con un personale preparato sul piano della valutazione, anzitutto, ma verificato e vagliato sul campo da un sistema di ispettori terzo, e quindi non semplicemente a posto solo sul piano formale, come è oggi.

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Proprio per questa iniquità le università puntano e continueranno a puntare invece sui test di ingresso, perché non si fidano più delle scuole superiori. A questo punto, a che servono gli esami di maturità? A che serve difendere il valore legale dei titoli di studio?

Vedendo questo, poi, si ridimensiona la polemica di questi giorni sulla regionalizzazione della scuola, con una effettiva autonomia della gestione del personale, come già a Trento e a Bolzano. Guarda caso, le province con i migliori profili di studio ed i migliori risultati.

Dovremmo cioè partire da dati di fatto, e lasciar cadere le difese ideologiche.
Perché è compito dello Stato indicare, garantire e verificare standard nazionali, livelli di prestazione, ma la gestione amministrativa, compreso il personale, va assegnato a livello locale, in forma sussidiaria.

Giusto che si apra da qui la discussione, non lasciando nemmeno a nessuno partito l’egemonia di un tema che, invece, tocca il cuore pulsante della qualità del servizio pubblico scolastico, chiamato finalmente a misurarsi sui risultati.

Cultura, cioè, dei risultati, e attenzione concreta al valore aggiunto dei processi, delle professionalità del personale della scuola.

 

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