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Prima Ora | notizie del 3 luglio

03.07.2026

WeSchool e Qualcomm danno vita alla nuova didattica digitale europea

Collaborazione, comunicazione, gestione delle emozioni, pensiero critico: oggi alla scuola si chiede di dare più spazio alle competenze psicosociali, non come attività aggiuntive ma come parte del lavoro educativo quotidiano.

Lo ribadisce l’OCSE nel rapporto Nurturing Social and Emotional Learning Across the Globe, pubblicato nel 2024: le competenze socio-emotive devono essere promosse attraverso politiche scolastiche, pratiche didattiche, formazione dei docenti e attività integrate nella vita della scuola.

La domanda è concreta: come si trasformano queste indicazioni in pratiche osservabili e replicabili? Una risposta arriva da Outside In, il progetto educativo di WeSchool e Qualcomm che, dopo una prima edizione tra Italia e Spagna, ha portato la didattica digitale sulle competenze psicosociali in tre licei francesi.

Didattica europea: obiettivi comuni, sistemi frammentati

Le competenze su cui lavora Outside In sono già riconosciute dai principali documenti europei. Già la Raccomandazione del Consiglio del 22 maggio 2018 le catalogava fra le competenzefondamentali. Ma creare un percorso educativo che porti a trasmetterle e valutarle nelle scuole europee non è compito semplice, anche a causa di sistemi scolastici molto frammentati e diversi fra loro.

Un esempio che confronta Francia, Italia e Spagna lo mostra bene:

  • La Francia ha definito da tempo un programma nazionale di educazione alla vita affettiva, relazionale e sessuale ben dettagliato.
  • In Italia, una riforma ha appena introdotto nuove condizioni per le attività legate ad affettività e sessualità, mettendo al centro consenso informato delle famiglie.
  • In Spagna, il quadro statale lascia molta autonomia alle Comunità Autonome su norme territoriali, curricoli e priorità educative.

L’obiettivo di Outside era proprio questo: lavorare su obiettivi educativi comuni, ma attraverso un’architettura metodologica adattabile a contesti diversi per lingua, norme, curricoli e sensibilità culturali. Vediamo più nel dettaglio.

Outside In Francia: tecnologia come mezzo, didattica come fine

Il progetto di WeSchool e Qualcomm nasce da un principio didattico preciso: le competenze psicosociali si sviluppano meglio quando studenti e studentesse non si limitano a parlarne, ma le esercitano in prima persona.

Per questo si è scelto di lavorare sull’intelligenza emotiva attraverso un’attività di emotional mapping che invita a investigare i propri sentimenti e a rappresentarli creativamente con un video in 3D ambientato negli spazi della scuola.

La logica metodologica è quella dell’apprendimento esperienziale. Come ricordava John Dewey in Experience and Education (1938), un’esperienza diventa educativa quando permette a chi apprende di collegare l’attività a un problema concreto, al proprio contesto personale o sociale, e a stimolare una riflessione.

Dentro questa cornice, l’uso della tecnologia e della realtà virtuale non è servito a rendere più moderna una lezione, ma a costruire un’esperienza in cui gli studenti non fossero solo spettatori. Outside In  li ha stimolati a diventare autori di un contenuto, progettando una scena, scegliendo un punto di vista, costruendo un messaggio e poi rivedendo il tutto (letteralmente) grazie a un ambiente immersivo.

Prima fase: formazione docenti

Prima di lavorare direttamente con le classi, Outside In ha previsto workshop dedicati all’uso della realtà virtuale in classe e all’impiego dell’intelligenza artificiale generativa come supporto alla progettazione didattica.

Questo punto è centrale perché in un progetto di innovazione digitale il rischio più comune è partire dallo strumento: il visore, il tablet, il software, la videocamera. Outside In ha rovesciato l’ordine: prima si è definito l’obiettivo educativo, poi si è scelto come usare la tecnologia.

I dati TALIS 2024 confermano la necessità di questo approccio. La dimestichezza con l’uso dell’intelligenza artificiale per l’insegnamento, infatti, non è uniforme in Europa: riguarda il 25% degli insegnanti in Italia, il 35% in Spagna, il 14% in Francia, a fronte di una media OCSE del 36%. Insomma, ognuno parte da un livello diverso: serviva una base comune.

Seconda fase: sceneggiatura e produzione audiovisiva

Dopo la formazione, il lavoro è passato alle classi. Studenti e studentesse sono stati coinvolti nella progettazione di video panoramici sui temi a cui abbiamo già accennato.

Divisi in gruppi, hanno scritto le sceneggiature, progettato le scene, girato i video e lavorato alla costruzione del prodotto finale. Un percorso che li ha obbligati a ragionare su quello che stavano facendo.

Poi, la produzione audiovisiva ha aggiunto un ulteriore livello di lavoro, in cui ogni scelta tecnica e narrativa è diventata anche didattica. Che cosa deve notare lo spettatore? Il messaggio arriva a chi guarda? Porsi queste domande facilita l’apprendimento.

La metodologia di riferimento, qui, è il digital storytelling, perché raccontare una storia permette di lavorare insieme su almeno tre livelli: comprensione del tema, costruzione di un messaggio e responsabilità verso chi lo riceverà.

Per un docente, questo passaggio è importante perché rende osservabili competenze che altrimenti restano astratte. La collaborazione si vede nel modo in cui il gruppo prende decisioni e distribuisce i ruoli. La comunicazione si vede nella chiarezza del messaggio. Il pensiero critico si vede nella capacità di rivedere una scena, tornare su un punto debole e chiedersi se la storia arriva davvero dove dovrebbe.

Terza fase: realtà virtuale e rielaborazione

Il prodotto finale è stato poi fruito grazie alla realtà virtuale, che ha permesso agli studenti di rientrare dentro ciò che hanno creato e di osservarlo da una prospettiva diversa.

In un video tradizionale, chi guarda osserva una scena da fuori. In un ambiente immersivo, invece, deve orientarsi dentro la scena: decidere dove guardare, che cosa notare, che cosa gli sfugge, come cambia la percezione del messaggio. Per le competenze psicosociali, tutto ciò è fondamentale: non basta fare un’esperienza, serve un meccanismo che aiuti a interiorizzarla.

Le metodologie alla base del progetto

Come abbiamo visto, Outside In tiene insieme tre approcci didattici: apprendimento esperienziale, digital storytelling e apprendimento immersivo.

La forza del progetto sta nel fatto che questi elementi non sono separati: l’esperienza dà senso alla narrazione, la narrazione dà struttura al lavoro di gruppo, la realtà virtuale permette di rientrare nel prodotto e discuterlo con maggiore consapevolezza.

Ma non è tutto qui: l’approccio metodologico di Outside In offre ai docenti nuove occasioni valutative. osservare come un gruppo distribuisce i ruoli, prende decisioni, gestisce un disaccordo, rivede una scelta narrativa e si assume la responsabilità di un messaggio permettono di spostare lo sguardo dal prodotto finale all’intero processo.

La stessa direzione è indicata dalla Survey on Social and Emotional Skills dell’OCSE del 2023: per comprendere competenze come collaborazione, responsabilità, empatia o creatività, non basta guardare ai risultati disciplinari. Bisogna costruire strumenti e contesti che permettano di osservare da vicino il loro sviluppo.

Un esempio di didattica europea

Il fatto che Outside In sia stato portato prima tra Italia e Spagna e poi in Francia non significa che le attività siano state replicate in modo identico.

A rimanere stabile e fissa sono rimasti l’architettura didattica, gli obiettivi formativi. Mentre l’organizzazione pratica ha potuto adattarsi alle necessità di docenti, studenti e studentesse provenienti da sistemi e culture diverse.

È questa distinzione a rendere Outside In un modello trasferibile. Il fatto di non offrire una soluzione uguale per tutti, ma di mettere a disposizione una struttura con un’identità chiara, ma adattabile. Per una scuola italiana o europea, questa è forse la lezione più utile del progetto. Innovazione didattica non vuol dire portare in classe una tecnologia nuova, ma costruire un percorso in cui obiettivi, strumenti e metodologie siano allineati: questo, in fondo, è il principio primo della collaborazione.

I CONTENUTI DELL’ARTICOLO SOPRA RIPORTATI SONO DI CARATTERE PUBBLICITARIO

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