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A 78 anni dal rastrellamento del Ghetto di Roma, nessuno dimentichi e neghi! Bianchi: pagina buia

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Sono passati quasi ottant’anni, ma il ricordo del rastrellamento del ghetto di Roma è ancora vivo.

Era la notte del 16 ottobre 1943 quando 365 soldati tedeschi (agli ordini di una decina di ufficiali) si presentarono nel Portico di Ottavia, oltre 1.000 ebrei del quartiere romano (363 uomini, 689 donne e 207 bambini) furono catturati.

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Molti ancora in pigiama, furono caricati su dei camion. E di lì a poco furono portati al Collegio militare di Palazzo Salviati. Poco più di 200 furono rilasciati, perché accertati come appartenenti a famiglie “miste” o stranieri.

Tutto gli altri, due giorni dopo, partirono dalla stazione Tiburtina verso la morte quasi certa dei campi di concentramento. Prima di arrivare ad Auschwitz, due di loro avevano già perso la vita. Altri 820, considerati fisicamente non abili al lavoro, furono immediatamente destinati alle camere a gas.

Alla fine della guerra tornarono solo 15 uomini, tra cui Cesare Di Segni, e una donna, Settimia Spizzichino, che sopravvisse all’orrore di Bergen-Belsen.

Del rastrellamento del Ghetto di Roma parla anche, in un tweet, il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi: “è una pagina buia per il nostro Paese. Non dobbiamo smettere di ricordare e promuovere occasioni di consapevolezza”.

Secondo il numero uno del dicastero di Viale Trastevere “la scuola è il luogo in cui la memoria diventa elemento di costruzione di società libere e di pari diritti“.

Scrive il divulgatore scientifico Alberto Angela su La Repubblica: “Roma, 15 ottobre 1943, poco prima della mezzanotte cade una pioggia sottile sulle strade vuote. L’umidità si srotola sul selciato come un tappeto sottile e si arrampica sui muri delle case. Dietro quei muri, occhi spalancati di persone – donne, uomini, bambini – spaventate dal rumore improvviso di spari e di detonazioni. Più della paura è l’incredulità a stringere una morsa al collo degli abitanti dell’ex ghetto di Roma”.

“Una donna in preda al panico giunta all’ex ghetto da Trastevere sotto la pioggia, aveva raccomandato agli abitanti di fuggire. Era venuta a sapere, nella casa di una signora dove sbrigava le faccende domestiche, che i tedeschi avevano stilato una lista di duecento capifamiglia ebrei da portar via insieme ai loro cari. Nessuno ha creduto a quella sorta di Cassandra vestita di nero, adesso però le sue parole riecheggiano come un presagio inascoltato tra le vie del Portico di Ottavia”.

“L’unico modo per rendere nelle nostre coscienze meno atroce il rastrellamento degli ebrei a Roma – conclude Angela – è continuare a raccontarlo. Sembra una contraddizione, ma sui ricordi, maggiormente su quelli più bui, va gettata la luce del presente. Per tenerli vivi, per evitare che nessuno dimentichi oppure osi emularli, contestarli o distorcerli”.