Mettiamoci l’animo in pace: la scuola non è più un luogo di studio! Ne abbiamo la prova ogni giorno: i voti sono sotto accusa perché discriminano (qualcuno con somma fantasia li definisce una “fredda cosificazione dello studente”, una “numerizzazione spersonalizzante”); gli studenti si permettono – senza portarne le conseguenze – di tacere agli esami orali, dimostrando così assai poco rispetto per gli esaminatori; si reclama a gran voce la funzione della scuola come luogo di crescita, di benessere psicologico, di sviluppo del pensiero critico. Ma – caso strano – la parola “studio” non viene mai pronunciata. Già, perché studiare è impegnativo e magari faticoso e l’impegno e la fatica spaventano. Finché non verranno ufficialmente abolite le valutazioni e le promozioni/ bocciature (e temo si potrebbe benissimo arrivare anche a questo) bisogna inventarsi dei modi per bypassarle. Donde le fantasiose espressioni di cui sopra.
E così l’ignoranza dilaga.
Io, ex docente di tedesco, ho avuto forse particolare fortuna, perché ho quasi sempre operato in contesti scolastici piuttosto seri, dove l’incidenza di quanto sopra illustrato è stata molto marginale.
Ora sono felicemente in pensione e guardo il mondo della scuola ormai dal di fuori.
Ma mi proietto idealmente in un futuro (nel quale sicuramente non ci sarò più) e cerco di immaginare cosa potrebbe succedere. La previsione è piuttosto fosca: vedo la pigra e pretenziosa società occidentale – quella del “tutto subito e senza fatica” – subordinata a paesi e popoli presso cui ancora vige la serietà. Forse allora ci si renderà conto di aver percorso per anni una strada sbagliata, ma probabilmente sarà tardi per tornare indietro.
Daniele Orla