La prassi è solitamente questa: l’alunno rifiuta un’interrogazione programmata e l’insegnante, dopo la consueta reprimenda, apre il registro elettronico e mette un’insufficienza. Poi, se è un buon insegnante, si avvicina all’alunno e chiede: “c’è qualcosa che non va?” Se gli alunni che disertano l’interrogazione sono tanti, un buon insegnante apre una discussione per cercare di capire, assieme a loro, la motivazione che li ha portati ad agire in questo modo
Certamente un buon insegnante non urla puntando il fatidico dito: “qui comando io e se la cosa si ripete vi boccio!” Il motivo è semplice: se si alzano muri, piuttosto che abbatterli, perdono tutti — l’alunno, l’insegnante, la scuola come spazio aperto al confronto.
D’altra parte, quello che a volte manca nella scuola è quello che spesso manca nella vita: cercare di comprendere il disagio che si nasconde dietro un determinato comportamento, provare a mettersi nei panni dell’altro.
E quando l’”altro” è un alunno, quest’atteggiamento empatico di vicinanza, ma anche di osservazione sistematica delle dinamiche comportamentali che si realizzano in quello spazio, non è un’opzione ma un obbligo civico, morale, pedagogico.
E investe tutte le persone che lavorano nel mondo della scuola: gli insegnanti, i D.S., i collaboratori scolastici, il Ministro dell’Istruzione e del Merito.
Augusto Secchi