Appartengo alla casta che nel 2050 costituirà il nucleo della società italiana, secondo gli ultimi dati prodotti dall’Istat: il 41%.
Appartengo a coloro che non hanno figli, ma che la vita ha consegnato l’esperienza filiale, se superiamo l’assioma del Dna come costitutivo unico che riconosce la genitorialità: sappiamo bene che spesso è l’amore che rende padre e figlio, come, soprattutto, madre e figlio, per non considerare, poi, la professione che permette, in un certo senso, a esperire l’esperienza della “responsabilità genitoriale”, vista la mole di studenti e studentesse con i quali il la relazione feriale è il nocciolo forte della conoscenza e del rapporto [affettivo], nel limite posto dalla professione stessa… .
Appartengo ad una generazione che fa fatica, talvolta, a seguire il passo della Storia, ma che della Storia ne è e ne fa memoria e protagonista.
Appartengo al novero di coloro senza arte né parte, penultimi nello scalino sociale, perché gli ultimi sono i poveri (qualunque sia il nome, lo statuto, il volto che vogliamo dare alla povertà), che combatte ogni giorno per frenare la deriva di un sistema (soprattutto politico) che lucra sull’analfabetismo di ritorno (cosa è l’Invalsi?) e lascia volutamente andare alla deriva scuola e progetti educativi, incapace, oltremodo, di dominare tecnologie sempre più sofisticate e forse pericolose, dentro un uso malsano dei social network che legittimano azioni di difesa a prescindere, chiusure mentali preconcette, esclusione e allontanamento del diverso, tendendo oltremodo a rifuggire dalle relazioni dirette, a farci bastare quelle virtuali sulla piattaforma on line di turno.
Stipendi logorati dall’inflazione, mentre tanti soldi vanno spesi per nuove figure educative, psicologiche, tutoriali, o per nuove realtà professionali, non ultimo 130milioni assegnati agli Its Academy, e poi nulla in sede contrattuale…, se non briciole. Ma nonostante ciò, operai silenti ma produttivi che ogni giorno, puntuali, lavorano in una messe che non può comunque tradire sé stessa, come la Storia del resto, perché la messe è l’Uomo, il (suo) presente e il (suo) futuro: “c’è una trascendenza che accomuna tutti ed ognuno, quella del futuro sul presente, specie quando il futuro viene con il passo dell’imprevedibile diversità, futuro che incombe su di noi come minaccia o come adempimento” (C. Péguy).
Appartengo ad una Scuola ancora in grado di trasmettere alle generazioni di oggi e di domani ragioni di vita e di speranza, nel solco della tradizione e del progresso, intesi quale memoria del passato e apertura alla prospettiva del futuro. Ad una Scuola che sarà comunque e sempre capace di danzare: “quando abbiamo speranza, il futuro si impossessa del nostro corpo. E danziamo” (Rubem Alves).
Appartengo alla libertà, al pensiero, alla ragione, alla democrazia. Alla SCUOLA.
Mario Santoro