Mi rivolgo a voi per denunciare una situazione che si è ripetuta anche quest’anno e che tocca da vicino la salute di chi lavora nella scuola: il caldo estremo durante gli Esami di Stato nelle scuole italiane.
A Bergamo dove insegno, come in molte altre città e paesi d’Italia, dal 16 giugno al 4 luglio, e in particolare per quello che mi riguarda nella settimana dal 30 giugno al 4 luglio, si sono svolti gli esami orali delle commissioni di maturità. In quelle giornate, caratterizzate da temperature esterne comprese tra i 32 e i 35 gradi se non oltre, siamo rimasti in aula ininterrottamente dalle 8 alle 14.30 circa, seduti per ore in stanze esposte al sole, con sei ventilatori accesi che muovevano solo aria calda.
L’effetto è stato pressoché nullo: l’ambiente era soffocante, il livello di concentrazione fortemente compromesso, e non sono mancati malesseri fisici, tra disidratazione e spossatezza.
Questa che segnalo non è solo una condizione disagevole, ma un vero e proprio problema di sicurezza sul lavoro a cui serve trovare un rimedio. Il D.Lgs. 81/2008 stabilisce che i luoghi di lavoro devono garantire condizioni microclimatiche compatibili con la salute. Ambienti chiusi, dove si svolgono attività sedentarie come esami, dovrebbero mantenersi intorno ai 22–24 °C. Superare questi limiti senza adottare misure adeguate — come climatizzazione, schermature solari, isolamento termico — significa esporre lavoratori e studenti a rischi reali.
Se in altri ambiti lavorativi si sospendono le attività in caso di temperature troppo elevate, perché nella scuola — dove si lavora con la mente e spesso anche sotto stress — questo principio non viene rispettato?
È urgente intervenire al più presto, visto che si prospettano estati sempre più bollenti per il cambio climatico: servono aule climatizzate, edilizia scolastica ripensata in chiave climatica, e una riflessione seria sul calendario scolastico ed esami. Non possiamo più considerare “normale” affrontare giornate di lavoro in ambienti roventi.
Studiare e lavorare a scuola dovrebbe essere un diritto, non una resistenza fisica.
Silvia Zanetti