“Ministro Giuli – titolava La Stampa il 20 giugno scorso – dove è finito il bibliotecario scolastico?” A distanza di qualche mese, la stessa domanda se la pone l’editore Giuseppe Laterza in un articolo sul quotidiano La Repubblica, nel quale si fa il punto su uno dei temi oggi più ricorrenti: i giovani e la lettura.
Sfatando un luogo comune abbastanza radicato nell’opinione pubblica, l’ultimo Rapporto pubblicato qualche settimana fa dall’Associazione Italiana Editori ci informa che i giovani leggono più libri degli adulti. Non solo, altro dato significato strettamente collegato è che anche i giovani – oltre agli adulti, s’intende, ma qui il dato è più ‘normale’ – preferiscono leggere su carta: i cosiddetti e-book – che vent’anni fa si riteneva avrebbero scalzato il libro tradizionale – incidono sul mercato per pochi punti in percentuale.
Tutto bene, quindi? Si chiede Laterza. La risposta, purtroppo, è no. Secondo l’editore, infatti, si può fare molto di più. Ad esempio, visto che l’abitudine alla lettura si acquisisce nei primi anni di vita, il Parlamento italiano potrebbe istituire il ruolo del bibliotecario scolastico, che allo stato attuale esiste soltanto nella Provincia autonoma di Bolzano.
Qui si arriva alla nota dolente, alla grande incompiuta nella storia della Scuola italiana. Laterza prende in esame la figura del bibliotecario, ma è anche – e soprattutto – importante ricordare che “benché se ne parli spesso e il termine compaia in leggi, decreti e ordinanze ministeriali, la biblioteca scolastica non esiste come istituzione, non c’è una legge che ne disponga la presenza e specifichi i canali di finanziamento che dovrebbero consentire alle scuole di ogni ordine e grado di creare, organizzare e mantenere attiva nel tempo una biblioteca; se in qualche momento il legislatore ha cercato di inserire queste indicazioni, il relativo provvedimento non è stato approvato, oppure tali misure sono rimaste prive di attuazione o di finanziamento.” Così scriveva qualche anno fa Fabio Venuda, professore associato di Bibliografia e biblioteconomia al dipartimento di studi storici dell’Università di Milano.
In più, aggiunge Venuda, data la mancanza della figura professionale del bibliotecario scolastico, le attività e l’organizzazione della biblioteca sono demandate alla buona volontà di insegnanti che operano nelle ore libere, oppure in pensione, o inabili all’insegnamento, oltre che alla disponibilità a tempo delle famiglie degli studenti: tutte persone di buona volontà ma con poca o pressoché nulla preparazione biblioteconomica e catalografica.
Vero è, potrebbe obiettare qualcuno, che Il Piano nazionale scuola digitale (PNSD) riserva una intera sezione, l’Azione 24, alle “Biblioteche scolastiche come ambienti di alfabetizzazione all’uso delle risorse informative digitali”, nella quale viene riconosciuta la funzione didattica e di spazio educativo delle biblioteche scolastiche all’interno dei curricula formativi delle scuole di ogni ordine e grado. Tuttavia, viene ribadito che le biblioteche scolastiche formalmente non esistono perché non c’è ancora una legge dello stato che le istituisca e che indichi chi deve finanziarle nel tempo e con quali fondi, definendo le competenze della figura professionale capace di gestirle e da chi e con quali fondi tale figura debba essere retribuita. Torniamo così al bibliotecario, una figura che in molti altri Paesi esiste già da tempo.
Come emerge, infatti, da uno studio dell’Associazione Italiana Biblioteche, in Polonia le prime leggi riguardanti le biblioteche scolastiche risalgono alla fine del ‘700 (!) In Francia la normativa ministeriale per la costituzione dei CDI (Centri di documentazione e informazione) negli istituti di grado secondario è del 1962, mentre l’istituzione delle BCD (Biblioteche centri documentari) nelle scuole di primo grado è più recente. In Danimarca la legislazione scolastica del 1973 ha reso obbligatoria la presenza di una biblioteca in tutte le scuole di ogni ordine e grado. In Norvegia la riforma è più recente ed è partita dalle scuole primarie.
Anche la funzione di bibliotecario è ben definita: In Francia, nel 1989, è stato creato il “CAPES”, un certificato di attitudine all’insegnamento secondario che ha conferito ai documentalisti uno statuto di insegnanti al pari dei loro colleghi delle discipline tradizionali; In Gran Bretagna gli addetti alle biblioteche scolastiche devono possedere una specifica formazione biblioteconomica e documentalistica conseguita in corsi post laurea della durata di 3 anni o più e avere svolto un tirocinio nei luoghi di lavoro. Lo stesso vale per gli altri Paesi più su citati. Ci piace chiudere con l’esempio della Norvegia che pone molta attenzione alle competenze nel campo delle nuove tecnologie informatiche e alle capacità del bibliotecario di rendere visibile la biblioteca, promuovendone l’immagine di porta aperta sul mondo.