Depressione, insonnia, ansia, attacchi di panico, malattie cardiovascolari, coliche renali, psoriasi: sono solo alcune delle conseguenze che il burnout ha sugli insegnanti, vittime di stress quotidianamente. Si tratta di un fenomeno alquanto preoccupante: quasi sette insegnanti su dieci (il 68%) nel corso della propria carriera dichiarano di avere vissuto qualche esperienza di burnout, derivante dal lavoro, fatto non solo di lezioni e gestione dei compiti, ma anche scadenze, pressioni da parte dei genitori, alunni scalmanati, burocrazia soffocante, connessione h24.
L’alta percentuale non sembra essere relativa solo agli insegnanti con più esperienza: è significativo che anche il 68% dei docenti che hanno meno di 14 anni di anzianità di servizio ritiene di ritrovarsi in burnout. Questi sono i dati che emergono da un sondaggio della ‘Tecnica della Scuola‘ a cui hanno partecipato 2.188 insegnanti.
In un momento in cui vari fatti di cronaca hanno fatto nuovamente discutere in merito a fantomatici test psico-attudinali per i docenti, la categoria sembra praticamente annaspare in un mare di stress, di cui ci si ammala eccome.
Sono moltissime le testimonianze che i partecipanti al sondaggio hanno condiviso con noi:
“L’eccessivo stress porta a non avere la giusta modalità di lavoro. Oggi i bambini, dico così perché insegno alla primaria, sono cambiati e ci si deve adeguare. Occorre ricambio generazionale. Un docente dovrebbe andare in pensione dai 60 anni di età, si dovrebbe considerare il divario d’ età rispetto a un bambino di 6 anni”.
“Perdita dell’entusiasmo, la scuola non è un’azienda abbiamo a che fare con persone non con i risultati. Genitori che dipendono da google e ti vogliono insegnare il mestiere. Consiglierei un patentino per il cellulare e ingressi a Internet”.
“Non riuscire a dormire la notte o svegliarsi all’improvviso e alzarsi alle due o tre di notte per preparare un’attività alternativa per gli alunni con difficoltà”.
“Io ho scelto questo lavoro perché lo amavo, ma oggi potessi scegliere, lo cambierei con un impiego d’ufficio. Questo lavoro condiziona pesantemente la mia vita familiare, personale. Da settembre a giugno non ho tempo da dedicare alla mia persona. Basta siamo stanchi di subire su tutti i fronti!”.
“Dopo 25 anni di insegnamento posso dire con sincerità che, pur essendo una professione che ho scelto e amato profondamente, oggi mi sento profondamente stanca. La fatica non è solo fisica, ma soprattutto emotiva: sempre più spesso ci troviamo a contenere ragazzi esuberanti, con poca motivazione a migliorarsi e ad apprendere, e questo richiede un’energia continua che logora nel tempo. A questo si aggiunge il ruolo, spesso contraddittorio, delle famiglie: troppo assenti nel percorso educativo quotidiano, ma al tempo stesso molto presenti – e talvolta invasivi – nel momento della valutazione. Questo squilibrio rende ancora più complesso il nostro lavoro. Anche l’ambiente scolastico è cambiato: non è più un luogo realmente motivante. Si respira poco confronto autentico tra colleghi e molto disincanto. La dirigenza appare spesso più orientata alla burocrazia che alle relazioni umane, poco incisiva nel far rispettare le regole agli studenti e, al contrario, molto severa nei confronti dei docenti. Nonostante io sia una docente capace, in grado di gestire le classi e di costruire relazioni positive con gli studenti, mi sento spesso affranta, svuotata. È come se le motivazioni che mi hanno sostenuto per tanti anni si stessero progressivamente affievolendo davanti a questo vuoto”.
“Sensazione di essere considerati babysitter mal pagati, con perdita di dignità e autorevolezza, in balia di famiglie ignoranti e dirigenti inetti”.
“Il problema della scuola non sono i ragazzi ma gli adulti…dal primo all’ultimo. Inoltre, la cosa più brutta è che dimentichiamo che la scuola è una delle principali ‘agenzie’ educative…da quando sono entrati i progetti PNRR non si è più capito nulla: non si mette al centro la persona, il ragazzo/a ma se stessi”.
“La burocrazia è la fonte di stress primaria”.
Ma c’è anche chi va controcorrente: “Se qualcuno dichiara che l’insegnamento sia un lavoro usurante vada a lavorare la terra e la smetta di lamentarsi. Per la gratitudine che l’insegnamento offre ogni giorno, posso affermare che gli stipendi percepiti dai docenti, sono anche troppo elevati. Si vergogni chi non la pensa così…Sono in pensione e se non mi avessero cacciato da scuola, avrei continuato a lavorare anche gratis”.
Molto indicativi risultano i dati sul burnout, vera e propria piaga dell’insegnamento, ormai. A prescindere dagli anni di carriera la maggior parte dei docenti è andata in burnout a causa del lavoro: ad affermarlo sono stati 235 insegnanti fino a 14 anni di carriera (il 69,32%), 526 dai 15 ai 27 anni di carriera (il 68,67%) e 741 con almeno 28 anni di carriera alle spalle (il 68,42%).
Ai partecipanti al sondaggio è stato chiesto di quantificare lo stress al lavoro, tra “per niente stressante”, “un po’ stressante”, “nè stressante nè tranquillo”, “molto stressante” e “troppo stressante”: i risultati sono, prevedibilmente, problematici.
Quello che emerge dalla rilevazione nazionale è che la maggior parte degli insegnanti pensa che il lavoro sia “molto stressante”: a dirlo sono stati 153 docenti che hanno meno di 14 anni di servizio (il 45,13%), 374 docenti tra 15 e 27 anni di servizio (il 48,83%), 374 docenti che hanno accumulato da 28 anni di servizio in poi (il 34,53%).
La via d’uscita sembra essere, per molti, solo la pensione: ma, al momento, solo chi svolge un lavoro “logorante” può cercare di smettere di lavorare in anticipo, usufruendo della cosiddetta Ape Sociale, che di recente è stata estesa al 31 dicembre 2026.
Con l’Ape Sociale, con 63 anni e 5 mesi di età e 36 di contributi, è infatti possibile andare in pensione in anticipo, con una piccola decurtazione fino ai 67 anni, per i lavoratori della scuola che svolgono una professione inserita nella lista dei lavori più faticosi: ad avvalersi di questa facoltà, ad oggi, sono però solo i docenti di scuola primaria e pre-primaria (codice Istat 2.6.4).
Ma anche i docenti della secondaria di primo e secondo grado dovrebbero essere inseriti in questa lista? La risposta della categoria è chiara: lo dichiarano 2.049 docenti su 2.188, che corrispondono al 93,65% dei docenti che hanno partecipato al sondaggio on line.