Al centro dello sciopero e delle manifestazioni indette dai COBAS Scuola per il 6 e 7 maggio c’è la netta contrarietà alle prove INVALSI, che in quei due giorni torneranno nelle aule delle scuole primarie, il ritiro della riforma degli Istituti tecnici, il recupero di almeno il 30% del salario eroso dall’inflazione; una pensione pari all’ultimo stipendio e accessibile a un’età compatibile con la natura gravosa e usurante del lavoro scolastico; l’assunzione su tutti i posti disponibili con il ripristino del “doppio canale” per contrastare il precariato; l’istituzione del ruolo unico per i docenti. In continuità con la lotta che conduciamo, fin dal loro esordio, grande rilievo ha per noi l’opposizione alle prove INVALSI, che per la prima volta si svolgeranno in due giorni consecutivi (appunto il 6 e 7 maggio). Presentati ufficialmente come strumenti indispensabili per il monitoraggio e il miglioramento del sistema scolastico, questi test standardizzati sono da anni al centro di un acceso dibattito che coinvolge docenti e genitori. Vengono sollevati interrogativi che non possono più essere ignorati: vent’anni di test hanno davvero ridotto le disuguaglianze o hanno semplicemente spostato l’asse della didattica verso una logica di pura performance?
L’illusione della fotografia oggettiva
Il Rapporto INVALSI 2025 conferma quanto già rilevato negli anni. Le disuguaglianze educative restano forti e persistenti: divari territoriali tra Nord e Sud, differenze legate al contesto socioeconomico, risultati più bassi per studenti con background migratorio. A ciò si aggiunge una marcata distanza tra indirizzi di studio: gli studenti dei licei ottengono mediamente risultati più alti rispetto a quelli degli istituti tecnici e professionali. Il quadro che emerge è quello di un sistema che fatica a essere equo e inclusivo, e che spesso riproduce le disuguaglianze di partenza invece di ridurle. Non meno rilevanti sono i limiti dello strumento stesso. Le prove standardizzate, basate su quesiti chiusi e su una logica di risposta corretta o errata, consentono una misurazione quantitativa ma non colgono la complessità dei processi di apprendimento. Non valutano competenze. Restano fuori dimensioni fondamentali come il pensiero critico, la capacità di argomentazione o la creatività. Inoltre, i dati restituiti alle scuole sono aggregati e, quindi, difficilmente utilizzabili. Anche il confronto nel tempo presenta criticità, poiché si basa su coorti diverse di studenti, rendendo necessarie analisi longitudinali per valutare davvero l’efficacia del sistema.
Il rischio del “Teaching to the Test”
A complicare ulteriormente il quadro è il cambiamento di ruolo delle prove INVALSI. Da strumenti di monitoraggio sono diventate anche strumenti che incidono sui percorsi individuali: la partecipazione è requisito di ammissione all’esame conclusivo del primo ciclo di istruzione e i risultati vengono inseriti nel Curriculum dello studente in allegato al diploma di istruzione secondaria di secondo grado. Questo passaggio consolida sia l’uso di test standardizzati per valutare i singoli, sia la diffusione del /teaching to the test/ riducendo l’apprendimento a un addestramento alla prova che sottrae spazioalla didattica attiva, ai laboratori e all’ascolto dei bisogni reali del gruppo classe.
Un’analisi dei costi: dove vanno le risorse?
L’aspetto economico non è meno rilevante. Dal 2004 a oggi, sono stati spesi circa 420 milioni di euro per le prove INVALSI, con un costo annuo di circa 30 milioni. In un momento di cronica carenza di fondi, docenti e genitori si chiedono se queste cifre non sarebbero meglio investite nell’aumento dell’organico, nella stabilizzazione del personale precario, nella riduzione del numero di alunni per classe, solo per citarne alcuni.
Verso una scuola realmente inclusiva
Ma i limiti non riguardano solo gli esiti. Il sistema di valutazione, fortemente basato su dati quantitativi, non riesce a cogliere la complessità dei processi di apprendimento. Non tiene conto delle relazioni educative, dei contesti, delle metodologie didattiche o delle condizioni materiali in cui operano scuole e insegnanti. Inclusione non significa misurare tutti con lo stesso metro. Una scuola che si definisce equa deve puntare su una valutazione formativa e un’osservazione continua, capaci di valorizzare le unicità di ogni alunna e alunno. Per rivendicare questo modello di scuola i COBAS Scuola hanno indetto uno sciopero il 6 e il 7 maggio, con manifestazioni territoriali. A Roma si manifesterà il 6, ore 10, al Ministero dell’Istruzione. L’evento, che vedrà anche la partecipazione degli artisti Smisurato & Mr. Pope, vuole essere un segnale forte: la qualità della scuola si costruisce insieme, investendo sulle persone e non sulla standardizzazione.
Bruna Sferra Esecutivo COBAS Scuola di Roma e Provincia
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