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06.03.2026

Istruzione in Italia, quasi un secolo per eradicare l’analfabetismo. Ma l’Italia resta nelle ultime posizioni dell’UE per percentuale di titoli terziari tra i giovani: dati ISTAT

“Il lungo cammino dell’istruzione in Italia dal 1861 a oggi” è il titolo di una raccolta di card dell’ISTAT sulla situazione della scuola nel nostro paese.

Dall’analfabetismo diffuso alla quasi scomparsa

Quando nel 1861 nasce il Regno d’Italia, il Paese è segnato da un enorme divario culturale. Secondo i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica, tre persone su quattro con almeno sei anni di età non sapevano leggere né scrivere. In altre parole, la grande maggioranza degli italiani non avrebbe compreso un semplice testo scritto.

La lotta contro l’analfabetismo è stata lunga e graduale: servirà più di un secolo per ridurlo quasi completamente. Le politiche di alfabetizzazione, l’obbligo scolastico e l’espansione della scuola pubblica hanno progressivamente cambiato il volto culturale del Paese.

Alcuni dati mostrano con chiarezza questo percorso. Nel 1926 il 13,5% degli sposi non era in grado di firmare l’atto di matrimonio perché analfabeta. Nel secondo dopoguerra, tra il 1947 e il 1972, quasi 2,9 milioni di adulti frequentarono le cosiddette “scuole popolari” per imparare a leggere e scrivere; da metà del periodo la partecipazione femminile raggiunse quella maschile, segno di una trasformazione sociale in atto.

Oggi l’analfabetismo è quasi scomparso: nel 2024 riguarda appena lo 0,5% della popolazione, meno di una persona su cento.

L’ascesa dell’istruzione superiore

Se la diffusione dell’istruzione di base è stata lenta, la crescita dei livelli di istruzione più alti è avvenuta in tempi relativamente rapidi, soprattutto nella seconda metà del Novecento.

Nel 1951 il 90% degli italiani di almeno sei anni possedeva al massimo la licenza elementare. L’università era ancora una realtà per pochi. Con l’espansione del sistema scolastico e l’accesso sempre più ampio agli studi, la situazione si è trasformata profondamente: oggi quasi il 17% della popolazione possiede un titolo terziario.

I numeri dei laureati raccontano bene questa accelerazione. Nel 1926 meno di 8 mila persone conseguivano una laurea ogni anno. Cinquant’anni dopo, nel 1976, i laureati annuali erano già 72 mila. Nel 2024 hanno superato quota 400 mila.

Anche la presenza femminile è cambiata radicalmente. Negli anni Cinquanta solo il 30% dei laureati era donna. Dal 1991 la tendenza si è invertita: le donne sono stabilmente più numerose degli uomini tra i laureati.

Oggi tra i giovani tra i 25 e i 34 anni il 31,6% ha conseguito un titolo universitario. Tra le donne la quota sale al 38,5%, confermando il loro ruolo crescente nell’istruzione superiore.

I giovani italiani nel confronto europeo

Nonostante i progressi compiuti, il confronto con il resto d’Europa evidenzia ancora alcune criticità. L’Italia resta tra i Paesi con una quota relativamente elevata di giovani con livelli di istruzione bassi e con una diffusione ancora limitata dei titoli post-diploma.

Proprio per questo il Paese si colloca nelle ultime posizioni dell’Unione europea per percentuale di titoli terziari tra i giovani adulti.

Negli ultimi cento anni, tuttavia, l’orientamento degli studi universitari è cambiato profondamente. L’offerta formativa si è ampliata per rispondere a una domanda crescente di nuove professionalità, mentre riforme più recenti – come l’introduzione delle lauree brevi – hanno contribuito a diversificare i percorsi accademici.

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