Oggi, 21 maggio, in occasione del suo centenario, l’Istat ha presentato il Rapporto Annuale 2026, delineando un’Italia che mostra segnali di resilienza economica in un contesto internazionale incerto, ma che deve affrontare nodi strutturali storici, prima tra tutti la crisi demografica.
Nel 2025, il PIL italiano è cresciuto dello 0,5%, sostenuto dai consumi delle famiglie e dagli investimenti fissi lordi (+3,5%), nonostante la domanda estera netta abbia sottratto punti alla crescita. La finanza pubblica vede un indebitamento netto sceso al 3,1% del Pil, ma il rapporto debito/Pil resta elevato al 137,1%. Sul fronte ambientale, si consolida il disaccoppiamento tra crescita ed emissioni, con le fonti rinnovabili che hanno raggiunto il 49,6% della produzione elettrica totale.
La situazione demografica rimane invece critica: la popolazione è scesa a 58,9 milioni di residenti. Nel 2025 le nascite hanno toccato il minimo storico di 355 mila unità, con un numero medio di figli per donna pari a 1,14. Questo inverno demografico si riflette nelle strutture familiari, dove le famiglie unipersonali rappresentano ormai il 37,1% del totale.
A proposito di scuola, nel 2024 la spesa pubblica per l’istruzione in Italia ha raggiunto 88,95 miliardi di euro (84,38 nel 2023), con un’incidenza dell’8,0 per cento sulla spesa pubblica totale. Nonostante la crescita registrata nell’ultimo decennio, sostenuta recentemente dai fondi del PNRR e dai rinnovi contrattuali del personale, l’investimento nazionale in istruzione, pari al 4,0 per cento del Pil, rimane inferiore al valore medio dell’UE27 (4,8 per cento).
Negli ultimi decenni, riforme hanno armonizzato il percorso formativo agli standard europei: nell’istruzione secondaria sono stati introdotti i percorsi di Istruzione e Formazione Professionale (IeFP), gli Istituti Tecnologici Superiori (ITS) e, nel 2024, la nuova filiera tecnologico-professionale “4+2” per favorire l’interazione con le imprese.
Il numero di chi consegue un titolo terziario è quasi triplicato dal 1999 al 2024 (da 190 mila a 544 mila); ciononostante, solo il 31,6 per cento dei 25-34enni possiede un titolo terziario, contro il 44,1 per cento della media UE27. Il sistema universitario conta 92 atenei con oltre 2 milioni di iscritti, con una forte crescita delle università telematiche. Persistono asimmetrie territoriali: 152 mila studenti del Mezzogiorno sono iscritti in atenei del Centro-nord. L’istruzione garantisce comunque vantaggi occupazionali: il tasso di occupazione è dell’85,3 per cento per i laureati contro il 56,1 per cento di chi ha la licenza media.
L’Italia ha raggiunto in anticipo l’obiettivo europeo 2030 sugli abbandoni precoci, scesi all’8,2 per cento nel 2025. Tuttavia, resta una marcata fragilità negli apprendimenti: il 36,0 per cento degli studenti all’ultimo anno delle superiori presenta competenze inadeguate in italiano e matematica, mentre l’8,7 per cento si trova in condizione di “dispersione implicita”. Frequentare un istituto professionale comporta un rischio di dispersione scolastica sedici volte superiore rispetto ai licei.
Si registra una crescente attenzione verso l’inclusione degli alunni con disabilità. In particolare, il numero di docenti di sostegno è più che raddoppiato in dieci anni, passando da 112.212 nel 2013/2014 ai 235.134 del 2023/2024; l’incidenza sul totale dei docenti è passata dal 14,4 per cento al 24,4 per cento.
Il mercato del lavoro conferma una traiettoria di crescita con un tasso di occupazione al 62,5% e una disoccupazione scesa al 6,1% (5,2% a marzo 2026). Tuttavia, rimangono ampi i divari di genere (17 punti percentuali) e territoriali. Preoccupa la condizione dei giovani: i NEET (chi non studia e non lavora) sono il 13,3% tra i 15 e i 29 anni, con punte del 20,2% nel Mezzogiorno.
Inoltre, il 23,7% dei laureati tra i 25-34 anni svolge professioni che richiedono una qualifica inferiore al proprio titolo (sovraistruzione). Questa difficoltà di valorizzazione del capitale umano, unita a retribuzioni che hanno perso l’8,6% del potere d’acquisto rispetto al 2019, alimenta l’espatrio dei talenti: nel 2025, il 10,4% dei dottori di ricerca lavora all’estero a pochi anni dal titolo.