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Aggiornato il 25.07.2025
alle 17:44

Caro “maturato”, elogio dell’insuccesso

In quest’epoca di trionfalismi, di ostentazione del risultato, dove va di moda pubblicare le pagelle dei propri figli sui social con l’elenco dei 10, e rendere virali festeggiamenti con champagne e corone d’alloro per meriti di studio, si stendono classifiche nazionali sui maturati più meritevoli e si celebra il culto del 100 come fosse un feticcio da adorare, mi piace ricordare cosa scrisse Pasolini a proposito del fallimento: “Penso che sia necessario educare le giovani generazioni al valore della sconfitta. Alla sua gestione. All’umanità che ne scaturisce…”

Ecco che, invece, lanciamo pubblicamente nell’arena dei voti i nostri ragazzi, come se l’obiettivo fosse quel numero, ed essi diventano spesso la proiezione di sogni genitoriali mancati, in una competizione sfrenata che non ha nulla a che vedere con la cultura e con il processo di crescita e maturazione personale, con cadute e riprese.

Dovrebbe essere sacrosanto un principio: il merito, il far bene, non è legato a un risultato standard, ma va letto nel contesto di riferimento, nel vissuto personale, nelle vicissitudini, nella peculiarità, unicità e originalità dello studente, che non è un numero, non è un cliente, né un’unità aziendale che deve dare prova di forza e gestire una performance nella catena di montaggio di un sistema malato e schizofrenico, che da una parte condanna la scuola del risultato, dall’altra lo fomenta: “Fatti fatti, fatti!” direbbe Mr. Gradgrind del Dickens di “Tempi difficili” all’alunno tipo di oggi, “fatti e calcoli […] che partono dal principio che due più due fa quattro e solo quattro […] Con tanto di regolo, bilancino e tavola pitagorica sempre in tasca, pronto a pesare e misurare qualsiasi particella di natura umana, e a dirvi con precisione a quanto ammonta”.

Una simile idea di scuola, fondata su classifiche e improbabili tassonomie di merito, che imita il modello produttivo aziendale, è alienante, distorce il mandato della scuola stessa, allontana dall’obiettivo e fa del male ai nostri ragazzi e, di conseguenza, all’intera società.

La vita non è una gara, ma un percorso in cui, come dice Pasolini, l’importante è non arrivare mai secondi a sé stessi, tanto vale che questo messaggio passi già da presto nell’educazione familiare, anzitutto: i figli non sono prototipi dei nostri sogni irrealizzati, gli studenti non sono numeri da incasellare, ma vite da accompagnare e a cui insegnare che l’insuccesso va accolto e letto criticamente, che qualche volta arriva anche immeritatamente e che, per parafrasare ancora Pasolini, ci riconcilia con il nostro “sacro poco”, cioè c’insegna la lezione più difficile: l’umiltà, distopica in un mondo di “vincenti”, “sgomitatori sociali”, “prevaricatori falsi e opportunisti”.

Caro maturato, quindi, qualunque esso sia, gioisci del risultato, sii fiero della strada che hai percorso, con tutto quello che c’è dentro: difficoltà, delusioni e soddisfazioni, stanchezza e rese, coraggio e paure. È la vita così e quando siamo sottoposti al giudizio degli altri, stai imparando che c’è sempre un’altissima dose d’incognita con tante variabili, ma il tuo valore è immenso e non misurabile né confrontabile con altri.

Prenditi ora il tempo del riposo, della riflessione, perché il mondo ha bisogno della tua energia e passione che trasformino l’insuccesso in un’esperienza preziosa da cui ripartire.

Giorgia Loi

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