Il Vecchio Continente affronta una sistematica crisi del reclutamento ed abilitazione del personale docente. Oltre ai consueti difetti strutturali di tale sistema, si prospetta il tema dello scarso interesse dei giovani laureati alla carriera nell’insegnamento scolastico. I crediti formativi da conseguire, uniti all’eccessiva mobilità del settore, alla sua precarietà e bassa retribuzione, costituiscono i principali ostacoli. Le scuole soffrono, assieme alle comunità locali nelle quali si inseriscono, tali carenze: le cattedre vuote o “scoperte”, come se si trattassero di qualcosa da coprire piuttosto che di un diritto da garantire, costituiscono una sistematica sconfitta per le istituzioni. In alcune aree depresse d’Europa queste raggiungono picchi del 70 %. Portogallo e Romania in prima linea, seguite localmente dal Mezzogiorno italiano ove le carenze nel Belpaese si fanno più marcate.
In Portogallo la situazione all’avvio dell’anno scolastico 2025/26 ha messo in evidenza una criticità urgente: circa il 78% delle scuole pubbliche ha almeno una cattedra scoperta di insegnante. Nella regione di Lisbona-Setúbal, alcune scuole registrano più di 10 orari mancanti ciascuna, dovendosi arrangiare con supplenti, classi accorpate o moduli didattici ridotti. Le cause individuate includono stipendi che faticano a competere con altri settori, procedure di reclutamento ritenute complesse e una forte pressione derivante dalle richieste di didattica inclusiva e personalizzata. Allo stesso tempo, il governo portoghese ha introdotto misure per semplificare la procedura di riconoscimento dei titoli degli alunni stranieri fino alla 9ª classe, con l’obiettivo di migliorare l’integrazione e ridurre i ritardi nell’inserimento. Questo doppio fronte — carenza di docenti e integrazione di alunni migranti — sta mettendo alla prova il sistema educativo portoghese e richiama la necessità di affrontare le due sfide in modo connesso.
L’Italia non è immune da questa dinamica non troppo evidente. Il nostro Paese registra una delle età medie più alte d’Europa tra gli insegnanti, con quasi il 60% dei docenti sopra i 50 anni e appena il 3% sotto i 35. A questo si aggiunge un precariato cronico e sistematico: secondo i dati del Ministero dell’Istruzione, per l’anno scolastico 2025/26 oltre 200.000 cattedre sono state coperte da supplenze annuali, una cifra in crescita rispetto agli anni precedenti. Le regioni del Nord, dove la domanda di insegnanti è più alta, faticano a trovare personale stabile, mentre al Sud il problema resta quello della mobilità e della distribuzione delle risorse. Anche la retribuzione media contribuisce alla scarsa attrattività del mestiere per i neolaureati: un docente italiano guadagna in media il 20-25% in meno rispetto ai colleghi europei, nonostante orari e responsabilità simili. In questo contesto, l’Italia condivide con molti Paesi UE una sfida comune: rendere la professione docente più sostenibile e attrattiva nel lungo periodo.