C’è l’ora di chimica e quella di fisica, c’è il tal professore che spiega la tavola periodica degli elementi e la tal professoressa che si occupa di moti rettilinei e circolari. Da che mondo è mondo, al liceo, la chimica e la fisica sono due materie diverse e ben separate. Giusto che continui a essere così? No, secondo i partecipanti al convegno “Didattica della fisica e della chimica. Un confronto di idee e proposte”, svoltosi all’inizio di settembre a Roma e organizzato all’Accademia dei Lincei. Come riportato dal quotidiano La Stampa, l’incontro è stato l’occasione per mettere a confronto comunità scientifiche che raramente dialogano in modo sistematico. Due giorni di intenso dibattito in cui scienziati, docenti universitari e liceali hanno parlato di didattica integrata tra le due discipline, con laboratori, strumenti digitali e nuovi manuali. Obiettivo: abbattere le barriere tra fisica e chimica.
Intervistata dal quotidiano torinese, Margherita Venturi, professoressa all’Università di Bologna e membro della Divisione di Didattica della Società Chimica Italiana, evidenzia il fatto che chimici e fisici, nonostante usino linguaggi simili, li declinano in modi tanto diversi che a volte sembrano incomunicabili. Nelle scuole la scienza viene spesso insegnata in compartimenti stagni: la fisica segue un percorso, la chimica ne segue un altro, due rette parallele che non si incontrano mai. O, per essere più precisi, che si incontrano all’infinito… La conclusione è che il sapere diventa frammentato e non rimanda alla complessità del mondo, mentre sarebbe auspicabile un approccio in grado di collegare le discipline per coglierne con più chiarezza il significato complessivo.
Marisa Michelini, professoressa di Didattica della Fisica all’Università di Udine, sottolinea che l’esigenza di superare questa frammentazione non riguarda soltanto i contenuti da insegnare ma anche la metodologia d’insegnamento: i giovani – ha dichiarato la docente a La Stampa – devono imparare a non limitarsi a ripetere quello che leggono o ascoltano, ma a formulare affermazioni basate su evidenze, a riconoscere i limiti di ciò che viene detto e a discutere le idee con rigore. Solo così potranno diventare cittadini consapevoli, capaci di compiere scelte informate e di affrontare i problemi che la società continuamente propone.
Secondo le due docenti, la separazione tra discipline si fa sempre più marcata nel passaggio da un grado di istruzione all’altro: alla primaria prevale un approccio integrato, dalla secondaria in poi, insegnanti diversi per ogni materia. Questo percorso rende difficile collegare concetti che in realtà appartengono a un unico orizzonte culturale. L’ideale sarebbe una scuola in cui la chimica dialoghi non solo con la fisica, ma anche con le scienze della vita e con le discipline umanistiche. In un ipotetico contesto simile, la figura dell’insegnante è centrale, perché senza una formazione adeguata si rischia di trasmettere conoscenze parziali o schemi rigidi.
Al centro del dibattito all’Accademia dei Lincei anche il laboratorio, inteso non come spazio fisico ma come metodo che fa sì che la teoria incontri la concretezza per trasformarsi in esperienza viva. Le attività – conclude la professoressa Michelini – hanno senso quando sono gli studenti stessi a progettarle, realizzarle e discuterle e, così, imparano a connettere fenomeni e a interpretare criticamente dati e rappresentazioni. Il laboratorio è una costruzione attiva della conoscenza e per questo deve diventare parte integrante della scuola di tutti i giorni.
Da non trascurare, poi, le tecnologie digitali, che entrano ormai in ogni aspetto della ricerca e della didattica. Simulazioni, software di analisi dati, strumenti digitali di misura, tutto ciò può essere usato anche in classe, con effetti concreti sull’apprendimento.
Prossimo obiettivo di ricerca: allargare il confronto, includendo matematica e altre discipline.