Gli esami si avviano verso la fine. Come tutti gli anni, fioriscono sui giornali le raccolte degli stupidari spigolate agli orali dei ragazzi. Quest’anno mi sembrano più stanche e rituali del solito, come se anch’essa fosse solo una parte della liturgia annuale di fine anno. Anch’io avrei la mia parte di citazioni, ma mi sembrano davvero poco interessanti, per cui lascio perdere: sono tutte battute ed errori già sentiti decine di volte (tipo che D’Annunzio era un estetista: e quale docente non l’ha sentita anche durante l’anno?), non c’è più nemmeno la sorpresa.
Mentre la macchina corre nella campagna milanese ristorata da un po’ di pioggia, considero che l’unica vera sorpresa (positiva) dei cambiamenti introdotti nell’esame da questo Ministero (chiamarla “riforma” mi sembra davvero troppo) è la presentazione di se stessi che i ragazzi devono fare all’inizio della prova orale.
Certamente era stata intesa dal Ministero come uno stratagemma per disinnescare il rischio di ulteriori contestazioni, eppure si è dimostrata qualcosa di più. Mi associo anch’io a quanto leggo sulle pagine social dei colleghi: i ragazzi si siedono e si raccontano, quasi tutti partono spiegando perché si sono iscritti cinque anni fa a quella scuola, riassumono il loro percorso, fanno emergere interessi paralleli o vere e proprie passioni, che talvolta sorprendono perfino i commissari interni. Il curriculum dello studente, che da quest’anno deve essere discusso pubblicamente, fa emergere effettivamente una quantità di esperienze che in passato restavano nascoste.
Per un quarto d’ora circa, c’è uno junior che si racconta a una sparuta pattuglia di seniores. Ovviamente anche qui emergono le differenze: i più ingenui e sprovveduti, o quelli che semplicemente non vedono l’ora di uscire dal liceo e basta, si raccontano per frasi fatte (“ho capito me stesso”, “sono cresciuto”, “rifarei la scelta di questa scuola che mi ha dato tanto”), ma quelli che hanno lavorato davvero su se stessi (meglio: su se stesse, perché sono in maggioranza ragazze) dimostrano una capacità di autoanalisi davvero notevole. Se doveva essere un esame di “maturità”, è qui che dobbiamo cercarla.
Quello che invece non mi piace (e non piace a nessun collega) è l’abitudine dilagante a scimmiottare la cerimonia con cui i laureati, da tempo, festeggiano in tempo quasi reale la discussione della tesi. Quest’anno, nel liceo dove mi trovo, tutti i candidati sono accompagnati da qualcuno che porta un mazzo di fiori e una bottiglia di spumante. Appena l’esame è finito (e intendo davvero dire appena la porta dell’aula di chiude) sentiamo saltare i tappi tra cori più o meno goliardici.
Cari ragazzi, vorrei dire loro, ma perché fate questo? Non state nemmeno ad aspettare il voto, dando per scontato che in ogni caso sarà una promozione. In questo i ragazzi hanno ragione, come chiunque guardi le statistiche sa bene: da decenni le promozioni si attestano su percentuali più che bulgare (tra il 99.7% e il 99.9%: sentir dire al telegiornale che “quest’anno la percentuale dei promossi è salita” fa morir dal ridere). L’esame non è più una prova che attesti un reale sforzo per superarlo. Basta arrivarci ed è fatta, a patto di non copiare agli scritti (e anche in questo caso, non è detto che la bocciatura sia automatica).
Noi insegnanti siamo i primi a darci da fare per far quadrare i conti e far arrivare tutti al 60, cioè al diploma, calibrando i voti sin dalla correzione degli scritti per evitare che per i più deboli, quelli che si presentano con un credito di 27-28 punti (su quaranta), ci si debba arrampicare sugli specchi mentendo troppo spudoratamente nella valutazione degli orali. Insomma, siamo noi che per nostra scelta li promuoviamo, non loro che se lo meritano. E allora perché i ragazzi festeggiano? L’impressione è che per loro l’esame sia una pura e semplice formalità (ho già detto che il voto finale non ha dal 2015 alcun peso nella formazione delle graduatorie di ammissione alle facoltà).
L’ultimo significato che rimane è quello di segnare la fine di un ciclo, quello dei cinque anni passati alle superiori. Forse nonostante tutto i ragazzi credono di essere più grandi di quanto non siano, e pensano che questa cerimonia chiamata “esame” li abiliti ad accedere davvero a un livello superiore della vita. Ignorano bellamente che le tappe della vita sono smottate in avanti, in tutto il mondo, e quello che una volta si faceva a vent’anni oggi si fa a trenta. Questi esami sono davvero “un piccolo passo per un uomo”, senza essere in nessun modo un “grande passo” per nessuno. Qualcuno ha una interpretazione migliore?