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Cronache della maturità. Un’altra puntata

La campagna che attraverso ogni mattina per raggiungere la mia sede di esame diventa sempre più gialla. Dove non c’è un fossato a rifornirli d’acqua, o dove i trattori trasformati in idrovore non rovesciano il prezioso liquido, l’erba e i cespugli inaridiscono, si seccano, muoiono. Attraverso distese di morte, bombe incendiarie pronte ad esplodere.

Nei colloqui, seguo una prassi irrituale, di cui mi autoaccuso senza esitazioni. Essendo l’ultimo momento in cui l’istituzione scolastica, nella mia persona, può chiedere conto alle ragazze della loro consapevolezza, arrivato alla fine del colloquio dichiaro espressamente che l’esame è finito e che quello che verrà detto dopo non avrà alcun peso sulla valutazione finale. E poi faccio tre o quattro domande, sempre le stesse: “Sai cosa è il Codice Rosso?”; “Sai cosa è la legge 191?” (spesso qui formulo la questione in modo un pochino più articolato: “se le sera, mentre distratta passi davanti alla televisione accesa e vedi inquadrato il Papa e senti lo speaker nominare una cosa chiamata legge 194, cosa ti aspetti che dirà il Papa?”; “Se una tua amica è in difficoltà per un amore tossico nel quale rischia episodi di violenza, sai qual è il numero di telefono specifico che dovete chiamare per avere aiuto?” “Se una tua amica minorenne è in difficoltà per un amore tossico, puoi accompagnarla al consultorio o deve necessariamente andarci accompagnata dalla madre?”

Non so cosa vi aspettiate adesso. Forse le signore che mi leggono si illudono che, dopo tutte le lotte che hanno portato avanti nei decenni scorsi, le ragazze di oggi conoscano alla perfezione le risposte a queste domande. Naturalmente, il mio non è un campione statistico significativo. È possibile, naturalmente, che negli ultimi anni post-pandemia io sia sempre incappato in casi isolati di ignoranza assoluta dell’argomento. Chiedo aiuto, esplicitamente, ai colleghi e alle colleghe impegnati ancora in questi esami: che esperienza avete?
La mia è questa: nessuna sa cosa sia il Codice rosso; praticamente nessuna sa cosa sia la Legge 194; nessuna, con una o due eccezioni, sa cosa sia il numero 1522.

Io non sono un sociologo e non ho accesso a questionari strutturati e scientificamente curati. Il mio è solo un rapporto dal campo di battaglia. Ma è un rapporto che forse meriterebbe un po’ di attenzione. La scuola italiana non è solo il Parini (a Milano), il Gioberti (a Torino) o il Mamiani (a Roma). Sono anche migliaia di istituti superiori di provincia, che nessun giornalista visita nei suoi stanchi giri di interviste rituali nei giorni degli scritti di maturità.  Lo capisco: anche loro soffrono il caldo, e i caporedazione esigono sempre il pezzo per ieri.
Ma da qui, da istituti che spesso sono anche fisicamente degli avamposti isolati nel nulla sociale che li circonda, escono decine di migliaia di giovani cittadini e cittadine, che hanno gli stessi diritti e doveri dei figli di papà delle scuole blasonate del centro. E qui, temo, si aprono voragini che dovrebbero interrogare tutti, i docenti prima di tutti gli altri. Spero che questo rapporto verrà contraddetto immediatamente da un profluvio di testimonianze di segno uguale contrario: no, nella mia classe tutte le ragazze sanno tutto di queste cose, perché ne abbiamo parlato in questa e quest’alta lezione, perché abbiamo fatto questo e quest’altro corso. Lo spero tanto. 

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