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Cultura ed educazione alla legalità si incontrano a Giarre

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Un episodio agghiacciante, consumato nel quartiere di San Cristoforo a Catania, che vede protagonisti quattro scippatori poco più che bambini, rei di aver colpito, ignari, per la loro ennesima bravata, un bersaglio intoccabile: l’anziana madre del boss Nitto Santapaola. Lo scippo avrà un tragico epilogo e trasformerà i carnefici in vittime, condannando i ragazzini ad una “punizione esemplare”: la morte per volontà del boss. 
A distanza di trent’anni dalla crudele esecuzione mafiosa e dopo un silenzio decennale rotto solo nell’86 dalle dichiarazioni del pentito Calderone, un dibattito, coordinato dalla prof.ssa Marinella Fiume, si è svolto a Giarre (CT) sabato 24 giugno presso la libreria “La Señorita” sui temi scottanti del racket e dell’usura, problemi tra i più insidiosi in una realtà a forte vocazione commerciale come quella della cittadina ionica. Relatori – oltre alla già citata prof.ssa Fiume e all’autore Salvatore Scalia, capo-servizio della pagina culturale del quotidiano “La Sicilia”, scrittore e sceneggiatore – l’on. Tano Grasso, Presidente onorario della F.A.I. (Federazione delle Associazioni Antiracket e Antiusura Italiane), Antonio Mazzeo, Coordinatore Provinciale della F.A.I. di Catania, e il dott. Giambattista Scidà, Presidente Aggiunto on. della Corte di Cassazione di Catania. «Il valore aggiunto del nostro incontro di oggi – precisa la Fiume – è che finalmente, grazie al libro di Scalia, si realizza l’obiettivo di abbinare cultura e società civile, di creare un’utile sinergia tra un evento culturale di rilievo e le associazioni antiracket del nostro territorio che aderiscono alla F.A.I., assieme a commercianti, autorità, rappresentanti del volontariato, delle forze dell’ordine, dei licei delle province di Catania e di Messina. Tutti qui riuniti per testimoniare la volontà di ribellione di una Sicilia che non si arrende, e in cui operano uomini come Tano Grasso che, avendo condotto una dura battaglia in qualità di “commerciante di scarpe”, come ama definirsi – più che di scrittore, teorico o parlamentare – ha realizzato il miracolo di unire le forze dei commercianti e di far condannare molti estortori, dopo aver assunto l’incarico di presidente della prima associazione antiracket d’Italia, l’ACIO di Capo d’Orlando, nel lontano 1990».
Ed è proprio Tano Grasso a ribadire un altro aspetto da non sottovalutare e che dà un senso ulteriore alla manifestazione dedicata al romanzo La punizione: l’educazione alla legalità nelle scuole, contro le aberrazioni di una cultura mafiosa tuttora radicata nel territorio. «Il libro di Scalia – ribadisce Grasso – può essere un efficace strumento didattico, anche perché ci permette di entrare nel vivo dei meccanismi che regolano il codice d’onore della mafia. La prospettiva ambientale del romanzo, infatti, è interna: vede, cioè, vittime e carnefici appartenere allo stesso orizzonte di valori. C’è una razionalità imprenditoriale crudele che il libro mette in luce e che aiuta a capire sia le motivazioni della mafia nell’uccisione dei 4 bambini – sono stati violati il “rispetto”, il “potere” e il “territorio” – sia quelle delle madri, che non reagiscono all’atto barbaro per paura, per diffidenza, ma anche per convenienza». Un’occasione, dunque, per interrogarsi sulla mafia e sulle sue connivenze. L’esperimento di portare nelle scuole un libro duro come La punizione è già stato avviato quest’anno al Liceo Scientifico “Leonardo” di Giarre. «Lo abbiamo letto in classe come un romanzo di formazione che racconta della violazione dell’adolescenza – afferma la prof.ssa Fiume in qualità di referente del progetto di educazione alla legalità nel liceo giarrese – durante un Laboratorio di Lettura da me guidato. I ragazzi sono stati emotivamente molto coinvolti». Maria Grazia Belfiore, Silvia Nucifora, Veronica La Spina, Massimo Privitera, allievi del Laboratorio del Liceo “Leonardo”, hanno letto, commossi, nel corso della manifestazione, brani del romanzo. È stato così realizzato ciò che si proponeva lo stesso autore, Salvatore Scalia, che conclude il dibattito affermando che suo primo scopo nella scelta di questo singolo episodio di efferata violenza mafiosa è stato “scuotere le coscienze, risvegliare l’indignazione: un dovere morale cui non ci si può sottrarre”.