I social oggi sono uno strumento potentissimo: hanno dato maggiore visibilità anche a professioni che tradizionalmente rimanevano più in ombra, come quella del pedagogista, favorendo il dialogo con le famiglie. Tuttavia, lo strumento in sé non è né positivo né negativo: tutto dipende da come lo utilizziamo.
Uno dei rischi più grandi è proprio il rischio della semplificazione, infatti un concetto educativo o pedagogico complesso rischia facilmente di essere ridotto a slogan o, peggio, a una moda passeggera. In questo processo di semplificazione, temi fondamentali vengono banalizzati o distorti.
Un esempio ricorrente riguarda il linguaggio: un normale capriccio viene etichettato come “disregolazione emotiva”, senza distinguere tra tappe fisiologiche di crescita e reali difficoltà.
Ancora più evidente è il caso del metodo Montessori: un approccio scientifico, fondato sull’osservazione del bambino, sull’ambiente preparato e su materiali specifici, che oggi viene trasformato in un marchio commerciale. Giochi in legno, torri di apprendimento e cucine in miniatura vengono spacciati come “Montessori”, alimentando l’idea che basti acquistare un oggetto per adottare un metodo educativo. Ma non è l’oggetto a educare: è la relazione e il contesto pedagogico che gli danno significato.
Intimità familiare in piazza pubblica
Sempre più spesso capita di leggere post in cui genitori condividono episodi intimi dei propri figli, chiedendo consigli a una platea indistinta di utenti. Questa esposizione non solo rischia di violare la privacy dei bambini, ma affida a un pubblico generico riflessioni che dovrebbero restare nell’ambito di professionisti competenti.
Il risultato? Si finisce per ricorrere allo psicologo o ad altre figure sanitarie solo quando il problema è conclamato, trascurando l’importanza della prevenzione.
Il ruolo del pedagogista e la prevenzione educativa
In presenza di dubbi, difficoltà relazionali o segnali precoci, sarebbe fondamentale rivolgersi ai pedagogisti: figure capaci di accompagnare le famiglie, interpretare i bisogni educativi e costruire percorsi di crescita equilibrati. Proprio per questo oggi si parla di presidi pedagogici nelle scuole, strumenti fondamentali per intercettare disagi e promuovere benessere già in età evolutiva.
Social come alleati, non nemici
I social non devono essere demonizzati: se usati in modo critico e consapevole, possono diventare un’occasione straordinaria di crescita culturale. Non una vetrina di perfezione o un’arena di giudizi, ma un luogo di confronto autentico, di scambio di esperienze e di diffusione di buone pratiche educative.
La sfida è chiara: imparare a distinguere tra contenuti superficiali e risorse affidabili, valorizzando la voce dei professionisti e trasformando i social in una piazza educativa, capace di sostenere famiglie ed educatori in un percorso condiviso.
Caterina Stronati