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14.11.2025

Dalla paura all’autorevolezza: come cambia l’apprendimento

Gabriele Ferrante

Pedagogista, docente a contratto presso il dipartimento di Filosofia e Scienze dell’Educazione dell’Università di Torino, Barbara Urdanch è anche saggista, curatrice di collane didattiche multimediali di didattica inclusiva e formatrice dell’Associazione Italiana Dislessia.

Di inclusione e democrazia dell’apprendimento – e di come queste due idee possano cambiare la scuola, aiutando ogni studente e studentessa a crescere senza paura – Barbara Urdanch ha parlato in questi giorni con Focus Scuola.

Da circa otto settimane la scuola ha ritrovato la sua velocità di crociera e le vacanze estive sono ormai un lontano ricordo. Eppure la pedagogista tiene a mettere in evidenza l’ansia che caratterizza, ogni anno, il rientro tra i banchi di scuola: la scuola – dice – rappresenta il ritorno a un apprendimento esplicito, ci sono richieste, verifiche, interrogazioni. Durante l’estate ragazze e ragazzi continuano a imparare, ma senza la necessità di restituire ciò che hanno appreso. Con la ripresa delle lezioni cambiano i ritmi biologici e psicologici, ci si sveglia presto, si resta seduti per ore, si adotta una postura mentale diversa. La scuola dovrebbe tener conto di tutto questo e riconoscere le caratteristiche di ogni bambina e bambino, non di un alunno astratto. È importante riconoscere le differenze individuali, non tutti e tutte apprendono allo stesso modo.

È ora, insomma, di accettare che non tutti imparano leggendo e ripetendo. C’è chi apprende meglio ascoltando, chi guardando, chi facendo esperienza diretta. Urdanch parla di democrazia dell’apprendimento: “i modi per imparare sono molti. La neurodiversità non è una novità, è sempre esistita. In passato chi non rientrava nello schema veniva escluso; oggi abbiamo il dovere di riconoscere e valorizzare i diversi funzionamenti”.

Nel migliore dei mondi possibile, la prima osservazione dovrebbe avvenire in famiglia. I genitori dovrebbero capire se un figlio o una figlia è visivo-verbale, visivo non verbale, uditivo o cinestetico: “se crediamo che ci sia una sola strada – leggere, ripetere, memorizzare – e costringiamo i ragazzi a farlo per ore, non funziona.” Forzare i ragazzi non porta risultati perché paura e autoritarismo funzionano poco e per poco. I ragazzi crescono, trovano altre risorse, e l’approccio punitivo non regge più. Meglio puntare sull’autorevolezza, sulle strategie e sulla fiducia: alternare studio e pause, usare strumenti che si adattino allo stile di apprendimento, condividere obiettivi realistici. La neurodidattica – sottolinea la pedagogista – ci dice che i nostri neuroni non tornano volentieri nei luoghi dove sono stati male. Se l’apprendimento è vissuto con paura e umiliazione, scatta una difesa: l’attenzione si spegne. Lo vediamo bene negli adolescenti: quando l’autoritarismo non funziona più, reagiscono. Meglio costruire esperienze positive, che diano valore invece di giudicare.

A coloro che temono che l’attenzione all’inclusione rallenti i più bravi, Urdanch risponde che tutto dipende da che idea di scuola abbiamo: “se la vogliamo solo nozionistica e competitiva, allora passeranno sempre i più forti. Ma la Costituzione e la legge 517 indicano un’altra direzione: classi inclusive, dove il peer to peer permette a chi è più competente di aiutare chi è in difficoltà e, nel farlo, di crescere a sua volta. È così che si costruisce la scuola della democrazia dell’apprendimento, non quella delle corsie preferenziali”.

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