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Ddl Zan tra ideologia e polemiche abbiamo perso di vista ciò che serve davvero alla scuola

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Gentile direttore vorrei cogliere l’occasione per una riflessione partendo da quanto successo all’Istituto Ulisse Dini di Pisa: negare a Giulia (nome di fantasia) di essere chiamato “Geremia”. Per mesi abbiamo assistito al dibattito sul DDLZAN, fino al radicamento delle posizioni determinato da un approccio ideologico che non ha permesso di dare risposte ai bisogni e alle emergenze e  perdendo di vista il senso di quella legge, immolando sull’altare del “o tutto o niente” la possibilità di fare un passo avanti nella costruzione di una società e una scuola inclusiva che abbia nel proprio DNA la cultura del rispetto di genere e delle pari opportunità. Ma la politica cosa è se non costruire percorsi virtuosi e di sintesi in grado di dare risposte e creare terreni fertili in cui continuare a costruire?

In tutta la discussione sul DDLZAN è mancata proprio la politica e la capacità di dare risposte anche “pratiche”, ma per questo non meno meritevoli di attenzione, alle problematiche che la transizione di genere poteva portare all’interno dell’istituzione scolastica. Non nascondo che la scelta della dirigente dell’Istituto in parola mi ha sorpreso ed amareggiato, ma ancor più mi lascia sconcertata l’assenza di dichiarazioni e la prospettazione di soluzioni da parte del Ministro e del MIUR. La scuola dovrebbe essere per eccellenza il luogo dell’inclusione, dove le barriere vengono abbattute.

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L’art.34 della costituzione ci ricorda che la scuola è aperta tutti e con tutti, il che significa caratterizzare lo Stato sociale come Stato di cultura, che esclude ogni discriminazione (per esempio tra cittadini italiani e stranieri) nell’accesso ai sapere e nel diritto all’istruzione. Ne deriva, come conseguenza, la necessità che lo Stato rimuova ogni ostacolo perché la scuola sia concretamente accessibile a tutti e l’istruzione sia generalizzata. Parimenti l’art. 32 della costituzione tutela la salute dei propri cittadini e nel 1946 l’OMS ha definito la salute come uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non solo come assenza di malattie e infermità, pertanto anche la qualità della vita ha assunto il significato di uno stato di benessere fisico e psichico.

Il combinato di questi due articoli fondamentali dovrebbero essere la bussola per le azioni che ogni scuola dovrebbero intraprendere per il benessere dei propri student*, e tra queste azioni credo non possa essere ricompresa la mancata presa in carico del precorso di transizione di genere di alcuni di loro. Non è possibile prendere decisioni su come approcciare queste situazioni sull’onda emotiva scatenata dalle proteste degli student* solidali con il proprio compagn* di classe o di coloro che in senso contrario si sentono minacciati da decisioni opposte e conservative. La scuola deve mostrare maturità, essere in grado di accompagnare questi percorsi nel rispetto delle scelte individuali di queste persone indipendentemente dalla loro giovane età, creare un clima di normalità nel quale può crescere la cultura del rispetto.

Negare la possibilità che qualche studentessa o studente possa richiedere di essere chiamata o chiamato con il nome che ha scelto di adottare alla fine del proprio percorso di transizione non può che generare attorno a loro una sensazione di “anormalità” , un clima che non favorisce l’inclusione e, nelle situazioni più esasperate, può essere il prodromo a fenomeni di intolleranza e bullismo. Ogni scuola e l’istituzione che le amministra e governa, il MIUR, ha il dovere di fornire soluzioni pratiche e percorribili.  In questa sede mi permetto di suggerire di regolamentare anche per la scuola secondaria superiore la strada di adozione  del “CV ALIAS” .

Uno strumento già oggi  adottato da molti atenei che permette così ai propri alunn* di potersi identificare, all’interno della struttura universitaria, nel modo che preferiscono. La carriera alias permette allo studente e alla studentessa di attivare una procedura che permetterà loro di ricevere un’identità provvisoria. Il profilo è valido solo all’interno dell’università, richiedibile senza presentare alcuna certificazione medica. Con l’attivazione della procedura, i richiedent* otterranno un nuovo libretto universitario e un nuovo account di posta elettronica.

Sono perfettamente consapevole che nella scuola superiore ci sono student* minorenni, ma già alcune sentenze possono fornire il giusto perimetro in cui costruire se non una norma almeno un regolamento, o una circolare con delle linee guida per la sua applicazione. Confido che dirigenti, Ministero e la Provincia autonoma di Trento -in virtù della propria Autonomia speciale- sappiano in breve tempo, con l’adesione delle forze politiche, elaborare uno strumento di per sé molto semplice ed evitare così che, ancora una volta, la contrapposizione tra le posizioni impedisca di trovare una soluzione ragionevole e pragmatica. In caso contrario ogni scuola agirà in autonomia, creando di fatto una discriminazione tra chi trova un ambiente inclusivo e chi no, ma la scuola è UNA e come tale dovrebbe dare risposte univoche.

Laura Scalfi