Stretta sull’imputabilità dei minorenni: lo scorso 23 luglio, il Governo ha varato il cosiddetto ddl “anti-maranza”. Il Consiglio dei ministri ha approvato un disegno di legge per rendere più semplice processare i minorenni: la capacità di intendere e di volere del minore — dai 14 ai 18 anni — che commette un reato “si presume fino a prova contraria”. Finora doveva essere accertata caso per caso, adesso si inverte l’onere della prova.
L’imputabilità, comunque, non viene estesa sotto i 14 anni, nonostante nella stessa maggioranza non siano mancate proposte per abbassare questa soglia. La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilasciato un’intervista a Skuola.net in cui ha detto la sua sulle conseguenze che si porterà con sè questo disegno di legge.
“Diversi i giovani che mi hanno scritto per chiedermi di fare qualcosa per non dover più convivere con la violenza delle baby gang”. Ricordiamo che l’86% dei giovani si dichiara, secondo un sondaggio di Skuola.net, in accordo con le misure previste: dei 783 giovani interpellati, quasi 9 su 10 si dicono favorevoli.
“I ragazzi sono i primi a voler vivere in città sicure, uscire la sera senza paura, prendere un treno o un autobus in tranquillità e frequentare una piazza senza dover convivere con la violenza delle baby gang”, ha spiegato Meloni. “Credo sia per questo che hanno capito il senso della norma: non si dice che un ragazzo va in carcere perché è giovane, ma che chi delinque risponde delle proprie azioni”.
La Presidente del Consiglio ha inoltre replicato alle critiche dell’opposizione: “Mi ha molto colpito la campagna dei parlamentari del Partito Democratico che diceva ‘con lei anche i vostri figli possono andare in carcere’. La risposta è molto semplice: i vostri figli possono andare in carcere se delinquono; per tutti gli altri stiamo lavorando per costruire un’Italia più sicura, con più opportunità e più futuro”.
“Si fa un errore quando si prova a mettere in contrapposizione prevenzione e sicurezza. Questo governo lavora ogni giorno sulle cause del disagio: scuola, sport, sostegno alle famiglie, lotta alla dispersione scolastica, opportunità di lavoro e salario dignitoso, percorsi di formazione all’estero. Questo però non significa che lo Stato possa voltarsi dall’altra parte quando un minorenne accoltella un coetaneo, rapina una persona o terrorizza un quartiere. Prevenire è fondamentale, ma lo è anche far rispettare le regole: i ragazzi per bene hanno diritto di vivere in sicurezza e chi sceglie di delinquere deve assumersi la responsabilità delle proprie azioni”, ha concluso.
“Chi aggredisce, chi rapina, deve pagare sempre. Anche se ha quindici o sedici anni. Arresto per i minorenni in possesso di arma, norme severe contro la diffusione dei coltelli, pene più dure per i danneggiamenti di gruppo”, così ha esordito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, per commentare la norma, su un video pubblicato sui suoi canali social.
Oggi si fa un passo ulteriore. Cambia il punto di partenza: si presume sempre che un minore sia capace di intendere e di volere. Questa norma colpisce soprattutto chi pensa di essere intoccabile. Serve a punire quei ragazzi che fanno ciò che vogliono perché sanno che tanto non accadrà nulla.
E’ chiaro, la norma da sola non risolve il problema, né quando si parla di giovanissimi si può ragionare solo sul piano della repressione. Questo provvedimento è un tassello, in un percorso molto più difficile e spesso silenzioso.
Perché un ragazzo di quindici o sedici anni che diventa violento o commette reati, quasi mai ci arriva da solo. Molto spesso c’è una famiglia che lo ha dimenticato, una scuola che ha perso i contatti, un quartiere dove la sera non c’è nulla, un adulto che ha approfittato del vuoto. Riempire quel vuoto richiede molto lavoro: sostegno alle famiglie, scuola, formazione, lavoro, centri sportivi, spazi di aggregazione, lotta al degrado, presidi nelle aree più difficili.
E noi stiamo lavorando su tutti questi fronti, perché tutto si tiene insieme. La fermezza senza alternative non basta, ma le alternative senza fermezza non risolvono il problema. Alcuni risultati si iniziano a vedere, e per questo vogliamo insistere.
Perché uno Stato giusto ha il coraggio di cambiare le regole quando non funzionano. E ha il dovere di essere severo con chi sbaglia, ma anche presente con chi rischia di perdersi. Perché non c’è vera libertà senza responsabilità”, ha concluso.
In effetti questa norma cambia il modo di “punire” i ragazzi, tra i quattordici e i diciotto anni, che sono violenti a scuola e aggrediscono i docenti. I casi in questo ultimo anno scolastico sono stati in effetti tanti.
In qualche caso anche lo studente aggressore, prima di agire, ha pensato di poterlo fare proprio in quanto minorenne.