Home Politica scolastica Decreto su inclusione e sostegno: le ragioni della protesta (VIDEO)

Decreto su inclusione e sostegno: le ragioni della protesta (VIDEO)

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Le nostre interviste esclusive a Fabrizio Bocchino, Leonardo Alagna e Maurizio Benincasa a seguito dell’incontro del 23 febbraio al Senato. 

Più risparmio a fronte di meno diritti. Sintetizzando è questo il tema di fondo che guida la protesta di insegnanti e associazioni contro il decreto delegato sul sostegno e più in generale contro la ‘Buona Scuola’, in discussione in Commissione Istruzione al Senato in questi giorni.

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La Rete dei 65 movimenti, che attualmente conta oltre 100 associazioni di insegnanti, associazioni che si occupano di disabilità, gruppi di famiglie e comitati di genitori, ha organizzato il pomeriggio del 23 febbraio a Roma, davanti Montecitorio, un presidio per chiede il ritiro completo della Legge 107/15 (Buona Scuola).

Su iniziativa del senatore Fabrizio Bocchino (Sinistra Italiana), le associazioni sono state invitate a spiegare le ragioni della protesta in una conferenza stampa al Senato.

“E’ mancata da parte del Governo anche la minima condivisione delle deleghe, tenute nel cassetto per diciotto mesi – spiega il senatore Bocchino – il risultato è un sostengo sempre meno inclusivo, la famiglie escluse dal percorso che realizza l’offerta formativa, la separazione delle carriere degli insegnanti, tutti elementi che ci portano a chiedere il ritiro di tutte le deleghe in appena un mese, la società civile è stata capace di fornire una analisi che ha smascherato il disegno nascosto dietro alla legge delega sul sostegno, cioè una sostanziale erosione dei diritti in nome di risparmi di bilancio”.

 

 

Una riforma, soprattutto la delega sull’inclusione, bocciata senza appello dalle associazioni. “Chiediamo il ritiro della delega che consideriamo non emendabile”, afferma Leonardo Alagna, sociologo e insegnante di sostegno, direttore dell’Osservatorio Diritti Scuola che coordina la Rete dei 65 movimenti.

 

 

“Rispetto alla Legge 104/92, questo decreto rappresenta un passo indietro clamoroso, perché affida qualsiasi decisione in merito al piano di assistenza cui ha diritto uno studente disabile a una commissione essenzialmente di tipo sanitario, dalla quale sono esclusi genitori, famiglie, e tutti i professionisti che hanno un contatto diretto con lo studente”, spiega l’avvocato Maurizio Benincasa dell’Associazione 20 novembre 1989, che rappresenta 500 famiglie con persone disabili.

“Scompare la partecipazione dal basso e delle famiglie. Non è più la condizione di disabilità che determina il diritto ma questa super commissione. Senza contare – prosegue Benincasa – che il disegno prevede che i servizi primari come il trasporto, l’assistenza igienico-sanitaria, l’assistenza all’autonomia e alla comunicazione devono essere erogati nell’ambito delle risorse disponibili”.

 

 

Altro tema centrale, “la mancata assunzione degli insegnanti di sostegno e l’utilizzo dei posti in deroga”, conclude Alagna.

“La mancata trasformazione dei posti in deroga in organico di diritto – conclude Benincasa – rende di fatto impraticabile la continuità didattica ed è alla base del problema generato dal forzato trasferimento al Nord degli insegnanti del Sud che hanno vinto il concorso, salvo poi non poter chiedere e ottenere il ritorno al Sud, dove risiedono le loro famiglie, proprio in ragione della disponibilità dei posti in deroga”.

Sul tema il 21 febbraio, il senatore Bocchino ha presentato una mozione che chiede l’assunzione degli insegnanti di sostegno precari, una misura che costerebbe 385 milioni di euro l’anno.

Per Umberto Gialloreti, della Consulta cittadina permanente sui problemi delle persone, “questa riforma contraddice la stessa Costituzione italiana e mina una pietra miliare come la legge 104 del 1992. Si tratta di una manovra economica, che lede quei diritti dei disabili faticosamente acquisiti nel tempo e realizzerebbe una finta inclusione”.

Le organizzazioni contestano anche gli altri decreti delegati a partire dal decreto legislativo che riforma la scuola da 0 a 6 anni.

“Una riforma confusa che continua a considerare il nido e la scuola dell’infanzia non come un diritto collettivo, che implica la gratuità, ma come un diritto subordinato alla disponibilità economica delle famiglie”, spiega Antonia Sani, del Comitato nazionale per la scuola della Repubblica.

Allarga il tiro Rossella De Paola, insegnante di scuola primaria e membro del Comitato nazionale LIP-Scuola, che ha sottolineato come “tutti i decreti delegati sono permeati dal deleterio modello Invalsi che crea insegnanti intesi come addestratori e somministratori di quiz e studenti standardizzati e omologati, in barba a decenni di ricerca pedagogica e di sperimentazione di modelli di apprendimento davvero aperti e inclusivi. Senza contare poi che tutte le deleghe devono essere attuate a ‘costo zero’ per lo Stato”.

In definitiva, le Associazioni chiedono sì il ritiro della legge, ma soprattutto un vero confronto con il Miur.

 

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