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Dedicato a chi non ama il proprio lavoro

Chi lavora deve pensare che non ha di fronte una serie anonima d’individui ma delle persone. Che ogni uomo è un universo, una soggettività originale con la quale entrare in contatto. Deve essere convinto che la relazione è il fondamento della vita umana. E che un rapporto basato sulla stima e la valorizzazione dell’altro genera felicità reciproca. Ecco allora nascere il gusto di fare ogni cosa al meglio. Ecco allora apparire il sorriso, sul volto e nel profondo del cuore.

Perché molta gente non è contenta del lavoro che svolge? Penso che ciò succeda quando il lavoro non coincide con le nostre aspettative o con lo strato mentale profondo. Eppure, se c’è una cosa che mi sconcerta è incontrare persone che mostrano apertamente di lavorare senza passione. Insomma, quando un giovane cameriere si avvicina al mio tavolo con l’aria annoiata, col volto chiuso, mi sento male più di lui. Realizzo che quello con la vita ci ha capito poco. Quando una cassiera serve la fila dei clienti con lo sguardo cupo, persino ostile, mi sento invadere l’anima di desolazione e mi chiedo cosa possa esserle successo. Ritengo, infatti, che cortesia e sorriso sono un puro dovere sociale.

Sono convinto che nulla può dar senso alla vita come il proprio lavoro. Scrive Victor Frankl, psicanalista della scuola viennese: “Non riesco ad immaginare niente che metta in grado una persona di sopportare o superare disturbi soggettivi e difficoltà oggettive più del sentimento di avere un compito da svolgere, una missione”. Ne consegue che, per quel giovane annoiato, per la cassiera dal volto impenetrabile, vale la massima dello psicologo William James: “Se sono felice sorrido. Ma se sorrido, finisco per essere felice”. Questo significa che c’è un condizionamento reciproco fra stati d’animo ed atteggiamenti esteriori, per cui il sentimento crea l’atteggiamento esteriore e viceversa.

Ma, chiediamoci, quali dovrebbero essere le finalità fondamentali del lavoro? Sarà utile ricorrere ai tre modelli classici della nostra cultura: quello liberista, quello marxista e quello personalista-cristiano. Secondo il modello liberista, chi lavora lo fa per incrementare il capitale investito, per affermarsi socialmente, per esprimere creatività e genialità. Per il modello marxista si lavora per assicurare, sibi et suis, sostentamento e sicurezza, per migliorare lo stile di vita ed il mondo in cui viviamo, per essere di aiuto agli altri. E, per il modello personalista-cristiano, perché si lavora? Tale modello pone una particolare enfasi sulla ricerca di significatività personale e sull’attenzione al bene comune, aggiungendo che occorre una certa ‘spiritualità’ nel lavorare. Un’idea superiore che trasformi il lavoro in uno strumento di crescita umana, per noi e per gli altri.

Poniamoci una domanda. Perché l’artigiano (cioè, colui che crea autonomamente) guarda il suo lavoro (un mobile, un attrezzo domestico, un campo di grano, un articolo appena scritto…) come se fosse una parte di se stesso, una propria creatura, mentre, invece, l’operaio – afferma Marx – scruta il suo prodotto “come un estraneo, o peggio, come un nemico”? Ciò dipende dal fatto che nel sistema seriale dell’industria, l’uomo non si sente più creatore del prodotto e non si riconosce in esso. E questo perché ne realizza solo una parte, perché non lo genera per impulso creativo ma su richiesta di un altro, perché lo realizza a condizione di vendere la propria forza lavoro, cioè la sua ‘anima’.

Karl Marx ha, infatti, il merito di aver compreso che l’uomo, con il lavoro, trasferisce l’anima nel prodotto che realizza. Ma, mentre l’artigiano in questo ‘trasferimento d’anima’ si sente tutt’uno con l’oggetto realizzato, l’operaio dell’industria lo considera un nemico della sua creatività e dignità umana. Ecco allora l’uomo frustrato della società industriale che considera il tempo lavorativo come ‘spazio alienante’ ed il tempo libero come ‘spazio gratificante’.

Come può, a questo punto, chi lavora sentirsi creatore ed artefice del lavoro, qualunque esso sia? Come potranno il giovane cameriere annoiato o la cassiera dal volto cupo ritrovare la gioia? Rimettendo l’anima in ciò che fanno. Modificando ciò che è ripetitivo con un’idea motivante. E ce n’è una efficacissima: “Ogni uomo che incontro è migliore di me in qualcosa. Cosa posso imparare da lui? Come posso aiutarlo? Come posso godere del divino presente in chi mi sta di fronte?”.

Luciano Verdone

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