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Di chi è la scuola?

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Piaccia o no agli araldi indefessi dell’ideologia galoppante. L’Italiano – soprattutto il povero, quello che ragiona sul bene dei figli perché ha ancora voglia di farli – si sta svegliando e non ci sta più ad essere strumentalizzato a destra e a sinistra.

All’homo ideologicus che freme e digrigna i denti, dico: smonta pure questa verità oggettiva, ma con argomenti non con slogan, e se alla fine non ti resta che abbandonare l’aula parlamentare perché il confronto domanda studio, beh, chiediti che cosa hai imparato a scuola.

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A scuola si studia e si impara ad applicare il principio di non contraddizione, cioè a ragionare; di studio non è mai morto nessuno ma arriva il giorno in cui si è stanchi di essere ostaggio dell’ignoranza.

Come dimostra il paragone con gli altri Paesi europei, l’Italia è agli ultimi posti rispetto all’autonomia delle istituzioni scolastiche e alla parità tra scuole pubbliche, statali e non statali, risultando la più grave eccezione in Europa (con la Grecia) in termini di garanzia del diritto alla libertà di scelta educativa, diritto ampiamente riconosciuto dalla Costituzione Italiana sin dal 1948.

Su 28 Paesi, i nostri 15enni sono al sedicesimo posto nella competenza in lettura, al 21esmo in matematica, al 22esimo in scienze. Inoltre, come sistema paese siamo al 24esimo posto per abbandoni precoci, al 27esimo sia per livello di istruzione della popolazione sia per età degli insegnanti (solo l’11 per cento ha meno di 39 anni nelle scuole secondarie) e al 26esimo per tasso di occupazione giovanile di diplomati e laureati che lavorano nel campo degli studi che hanno sostenuto.

Risulta pertanto indispensabile sanare il Sistema Nazionale di Istruzione italiano che si presenta classista, regionalista e discriminatorio. Classista nella misura in cui non permette anche al povero di poter esercitare la libertà di scelta educativa in un pluralismo educativo. Regionalista: rispetto ad una regione come le Lombardia, che è ben oltre i parametri europei Ocse, abbiamo ad es. la Campania molto al di sotto, il che sospinge l’Italia agli ultimi posti Ocse. Discriminatorio a) nei confronti della classe docente che – a fronte dell’esercizio del diritto alla libertà di insegnamento – si trova, a parità di titolo, a dover percepire uno stipendio inferiore se sceglie di insegnare in una scuola pubblica paritaria rispetto alla scuola pubblica statale; eppure l’effetto ultimo – ragazzino istruito – è lo stesso; b) verso gli studenti portatori di handicap a cui, se scelgono la scuola pubblica paritaria – che per legge dello Stato Italiano fa parte del sistema nazionale di istruzione – non verrà riconosciuto il docente di sostegno come avverrebbe presso la scuola pubblica statale. In soldoni: se nasci con la tetraparesi e sei povero, non sei libero di andare nella scuola pubblica che desideri, ad esempio quella paritaria. Dove magari hanno pure tolto le barriere architettoniche e la tua carrozzina arriverebbe dappertutto. Succede.

L’Italia risulta la più grave eccezione in Europa poiché ha impedito alla famiglia italiana di esercitare la propria responsabilità educativa in un pluralismo educativo.

Infatti, con l’approvazione della Legge 62/2000 non si è concluso il percorso legislativo voluto dai Costituenti con l’art. 33, commi 3 e 4 relativi alla parità scolastica, poichè è mancato il passaggio più naturale e doveroso: un diritto senza applicazione è un falso. Se non un inganno. Da qui la necessaria azione culturale per colmare un gap di pensiero che ha alimentato letture ideologiche e lontane dalla realtà e per riportare l’attenzione al cuore della quaestio: superare il vincolo economico. Difatti non è secondario, nella disamina dei diversi aspetti connessi alla parità scolastica, il tema delle modalità di assegnazione delle risorse finanziarie che il legislatore negli Stati europei, a più riprese, ha previsto per le scuole paritarie, per sostenere lo svolgimento del loro compito formativo pubblico.

Le scuole gestite da Enti privati ricevono finanziamenti pubblici da governo, enti dipartimentali, locali, regionali, statali e nazionali, che coprono più dell’80% dei costi annuali, in Belgio, Finlandia, Germania, Irlanda, Lussemburgo, Paesi Bassi, Repubblica Slovacca, Slovenia, Svezia, Ungheria. Particolarmente in Finlandia, Paesi Bassi e Svezia il finanziamento è pressoché totale. Copre più del 60% dei costi in Danimarca, Estonia, Repubblica Ceca, Spagna; più del 40% in Polonia, Portogallo, Svizzera. È invece inferiore al 40% in Italia, al 20% in Grecia.

Dalla realtà Europea emerge un quadro più oggettivo rispetto alle frequenti battaglie ideologiche che hanno caratterizzato e di fatto penalizzato gli studenti italiani, soprattutto i meno abbienti: la spesa pubblica per le istituzioni private è inferiore del 70% rispetto alla media Ocse e UE e con interventi che gravano per lo più sui genitori. Al riguardo, è necessaria una “rivoluzione copernicana”, che metta al centro lo studente e la sua famiglia (anche quella meno abbiente: monoparentale, straniera, emarginata) e il cui cambiamento di prospettiva si veda concretamente anche in politiche non più emergenziali ed ideologiche: la soluzione è da sempre l’individuazione del costo standard. Altrimenti non ne usciamo.

Si rispolveri la saggezza del comunista Gramsci che dichiara “Noi socialisti dobbiamo essere propugnatori della scuola libera. Della scuola lasciata all’iniziativa privata dei comuni. La libertà della scuola è indipendente dal controllo dello Stato” aggiungo io dei preti, delle suore ma anche dei sindacati. Oppure si dichiari che la libertà di scelta dell’individuo fa così paura che va boicottata…

Ma – per cortesia – non si offenda oltremodo l’intelligenza del cittadino contribuente con dichiarazioni fresche fresche di oggi, ad un tavolo istituzionale, dalla bocca di gente pagata con soldi pubblici, dichiarazioni del tipo: “Libertà di scelta? Il povero non può pagare la scuola pubblica che vuole? Per il povero c’è la scuola statale; il ricco si paghi la scuola privata”. Questo è razzismo allo stato puro, perché ogni cittadino deve poter esistere in uno Stato di diritto senza discriminazioni di sesso razza religione e condizioni economiche, e quindi deve poter scegliere fra una scuola pubblica statale e una pubblica paritaria, avendo già pagato copiosamente le tasse. Non ci sono oneri per lo Stato nella garanzia della libertà di scelta educativa, come già ampiamente dimostrato. Ma ci vogliono uomini di intelligenza e di cultura che rappresentino i cittadini, poveri e ricchi, nelle Aule giuste: e questa è tutta un’altra storia…

Comunque si va avanti senza arretrare di un millimetro: l’Italia è uno Stato di diritto; si mettano alla prova i programmi politici a favore della libertà di scelta educativa del genitore povero (dell’impiegato e del separato, del portinaio e dell’imbianchino, del maestro, del fotografo e dello spazzino, del badante, dell’infermiere e dell’attacchino…) oltre ogni discriminazione, a tutti i costi… e allora a dirla con le parole di Totò: “Venghino, signori, venghino!”