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Prima Ora | notizie del 17 giugno

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Diritto allo studio? Non sempre viene garantito

Art. 34 della Costituzione Italiana: «La scuola è aperta a tutti. L’istruzione, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita». Nessuno può essere escluso dalla scuola per motivi economici, sociali o personali.

Con grande ritardo, dopo 37 anni di insegnamento in un liceo scientifico, quasi sempre al triennio, mi sono accorta con sorpresa, dolore e un annichilente senso di impotenza che la Costituzione non è rispettata proprio a scuola. Sapevo già che il 65% dei bocciati appartiene a famiglie con disagio socioeconomico e culturale e che il 70% di questi non termina il percorso di istruzione, ma quando i dati diventano volti e storie di persone con cui vivi ogni giorno, ti feriscono profondamente e ti mostrano la reale tragedia dietro le cifre.

Quest’anno ho insegnato in una prima composta da ragazzi meravigliosi, accoglienti, impegnati e rispettosi, che si aspettavano tanto dalla scuola ed erano disposti a collaborare tra loro e con i docenti. Già a ottobre, però, ci siamo resi conto che sette di loro avevano scelto il liceo scientifico perché le famiglie non conoscevano bene le differenze tra i vari percorsi scolastici, oppure perché, appena arrivati in Italia, erano stati indirizzati in modo non adeguato, o ancora perché pensavano di poter compensare tutte le difficoltà con l’impegno.

Da subito abbiamo cercato di favorire un riorientamento, ma è stato difficile, sia perché le passerelle tra gli indirizzi sono spesso solo parole vuote, non essendoci docenti dedicati ad accompagnare il passaggio, sia perché molti ragazzi avevano genitori che non comprendevano la lingua e la struttura della scuola. Un mediatore culturale è arrivato, dopo varie insistenze, soltanto ad aprile.

Uno dei ragazzi aveva esclusivamente problemi linguistici, essendo arrivato da poco dal Pakistan. La tanto sbandierata alfabetizzazione è consistita in tre o quattro ore alla settimana durante le quali lui e altri ragazzi che non conoscevano l’italiano uscivano dalla classe per apprendere le basi della lingua, ma soltanto da novembre a gennaio. Poi basta: non era più responsabilità della scuola.

Questi ragazzi hanno dato il massimo e sono sempre stati disponibili e impegnati. Noi docenti abbiamo cercato di valorizzarli e incoraggiarli, insistendo sul fatto che i voti non definiscono né l’intelligenza né il valore della persona. Tuttavia, i prerequisiti mancanti e le difficoltà oggettive hanno portato alla non ammissione.

E ciò sarebbe anche accettabile se questi studenti avessero potuto iscriversi nuovamente in prima presso un istituto professionale, dove avrebbero certamente avuto risultati positivi e recuperato autostima e fiducia. La cosa inaccettabile, e che molte persone non sanno, è che gli istituti professionali sono già pieni a gennaio con le iscrizioni provenienti dalle scuole medie e non accettano nuovi studenti se non i propri bocciati.

Ho scritto e telefonato ovunque, ho chiesto e pregato, ma non c’è stato nulla da fare. Un ragazzo che sbaglia scelta in prima superiore è già condannato. Può soltanto reiscriversi allo stesso indirizzo per essere nuovamente respinto, sentendosi ancora più rifiutato e sbagliato. Poi, una volta raggiunti i 16 anni dell’obbligo scolastico, la scuola se ne lava le mani.

Esiste qualche limitata possibilità nei Centri di Formazione Professionale (CFP), che però non rilasciano il diploma e sono spesso anch’essi già al completo.

Ci chiediamo perché i giovani non credano nella politica e perché molti stranieri non abbiano fiducia nelle istituzioni. È possibile credere in uno Stato che fa pagare per tutta la vita un errore commesso a 14 anni, quando nessun ragazzo sa davvero quale scuola scegliere e alcuni non hanno nemmeno la possibilità di essere aiutati dalle famiglie?

Perché, dato che al Ministero questi problemi sono noti da tempo, non si creano nuove classi negli istituti professionali? E perché queste scuole non vengono adeguatamente sostenute con finanziamenti e personale sufficienti?

Solo investendo sugli istituti professionali si può incidere davvero sulla società, perché essi accolgono i ragazzi che vivono nelle condizioni socioculturali più fragili e che hanno estremo bisogno di un’istruzione efficace. Se perdiamo questa sfida, perdiamo il futuro.

Dopo un anno trascorso con davanti agli occhi i volti delle mie ragazze e dei miei ragazzi che saranno “buttati via”, dopo aver condiviso la loro lotta quotidiana per riuscire, dopo averli visti passare dal sorriso della speranza alla tristezza della sfiducia, dopo aver cercato di non far spegnere i loro sogni e la loro autostima, non riesco ad accettare questo tragico spreco di giovani vite che avrebbero tutto il diritto al futuro che meritano.

Siamo ancora la scuola descritta da Don Lorenzo Milani: «Un ospedale che cura i sani e respinge i malati».
Ministro, ascolti il dolore e il senso di impotenza di ragazzi, famiglie e insegnanti.

Cristina Agazzi

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