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05.07.2026

Inno di Mameli: “Bisogna studiarlo di più, è simbolo del nostro cammino verso la libertà e la democrazia”. Lo dice D’Ottavio, promotore della legge che lo fece diventare ufficiale [INTERVISTA]

Ritorna in questi giorni la discussione (per la verità non priva di polemiche) sull’Inno d’Italia.
Ne parliamo con Umberto D’Ottavio, una lunga esperienza politica alle spalle come amministratore comunale (sindaca come 10 anni a Collegno) e come parlamentare (deputato PD dal 2013 al 2018).

Parliamo con lui dell’argomento perché proprio lui nel 2017 promosse e fece approvare la legge che ha reso ufficiale l’Inno di Mameli che fino a quel momento era solo provvisorio.

D’Ottavio, molti italiani non lo sanno, ma fino al 2017 l’Inno di Mameli non era ufficialmente l’inno della Repubblica. Com’è possibile?

È una vicenda curiosa, ma reale. Dopo il referendum del 2 giugno 1946, non si poteva più usare la Marcia Reale dei Savoia. Così il governo De Gasperi decise, con un provvedimento urgente, che “provvisoriamente” l’inno nazionale sarebbe stato il Canto degli Italiani di Goffredo Mameli. Quel “provvisoriamente”, però, è durato 70 anni.

Perché nessuno risolse prima la questione?

Perché l’accordo non era scontato. Nell’Assemblea Costituente ci furono forti discussioni: c’era chi preferiva l’Inno di Garibaldi, chi la Canzone del Piave, chi il Canto degli Italiani. Come accadde per altri temi divisivi, si preferì rinviare. Negli anni successivi ci furono otto tentativi di rendere ufficiale l’inno, ma tra elezioni anticipate e fine delle legislature nessuno andò a buon fine.

Poi arriva la sua proposta di legge.

Sì, nel 2016. Ricordo che scrissi ai colleghi: “Quando alle Olimpiadi sentirete l’inno dopo una medaglia d’oro, sappiate che state ascoltando un inno ancora provvisorio”. Molti rimasero sorpresi: quasi nessuno ne era consapevole.

Pensava davvero che sarebbe stata approvata?

Speravo di sì, ma sapevo che non sarebbe stato facile. Molte proposte di legge restano nei cassetti. Io però insistei molto e ottenni il sostegno di circa 70 parlamentari. Alla fine la Camera approvò il testo e al Senato trovammo una strada rapida grazie alla procedura della commissione deliberante.

Un passaggio tecnico poco noto.

Esatto. La Commissione Affari costituzionali del Senato poté approvare direttamente il provvedimento. Fu importante anche l’impegno del presidente della Commissione, un senatore genovese molto sensibile al tema, perché Mameli e Michele Novaro erano entrambi genovesi. Così si arrivò alla pubblicazione della legge il 4 dicembre 2017.

Da allora l’inno è ufficiale.

Sì. Dopo settant’anni di “precariato”, il Canto degli Italiani è diventato definitivamente l’inno ufficiale della Repubblica Italiana.

Eppure continuano le polemiche sul testo, soprattutto sul verso “Siam pronti alla morte”.

Quel verso va contestualizzato. Non è un’esaltazione della guerra. I protagonisti del Risorgimento furono davvero pronti a sacrificarsi per l’idea di un’Italia libera e unita, così come molti partigiani durante la Resistenza. È un richiamo all’impegno civile, non al militarismo.

Anche altre espressioni vengono spesso fraintese.

È vero. Penso al verso “che schiava di Roma Iddio la creò”. Mameli aveva solo vent’anni, ma conosceva bene la cultura classica. L’immagine della “schiava” si riferisce alla dea Vittoria disposta a servire l’Italia. Per capire l’inno bisogna conoscerne il linguaggio e il contesto storico.

Secondo lei la scuola dovrebbe dedicargli più spazio?

Assolutamente sì. I ragazzi spesso lo cantano, ma ne conoscono poco la storia. Ogni anno, il 17 marzo, giornata dedicata alla bandiera, all’inno e alla Costituzione, sarebbe un’ottima occasione per leggerne il testo e discuterlo. Quando gli studenti capiscono il significato delle parole, l’inno non è più una formula rituale: diventa parte della loro storia.

C’è chi sostiene che l’inno sia “vecchio”.

Mi fa sorridere. Provate a dire che sono vecchi la Marseillaise francese o il God Save the King britannico, che sono ancora più antichi del nostro. Un inno non vale perché è moderno: vale perché una comunità si riconosce in quelle parole e in quella musica.

A proposito di musica: spesso si dimentica il ruolo di Michele Novaro.

Ed è un’ingiustizia. Il testo è di Mameli, ma la forza dell’inno nasce dall’incontro tra parole e musica. Novaro compose la melodia a Torino dopo aver ricevuto il testo dall’amico genovese. Il merito è di entrambi.

In conclusione, che cosa rappresenta oggi il Canto degli Italiani?

Rappresenta l’idea che, pur con differenze e opinioni diverse, siamo cittadini di una stessa Repubblica. L’inno e la bandiera non servono a escludere qualcuno: servono a ricordarci ciò che condividiamo — la nostra storia, la Costituzione, la libertà e la democrazia.

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