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21.09.2026

Disagio giovanile e social, Galiano: “Diamo alla scuola veri strumenti per intercettare il dolore, non sempre chi sta peggio è chi manifesta problemi a scuola”

Un appello a non sottovalutare il disagio giovanile, a interrogarsi sull’impatto che internet e i social possono avere sulla vita degli adolescenti e, soprattutto, a mettere la scuola nelle condizioni di riconoscere anche quel malessere che non si manifesta attraverso comportamenti problematici o risultati scolastici negativi.

È il tema di un post pubblicato su Facebook da Enrico Galiano, scrittore e insegnante, che pone una serie di domande rivolte al mondo degli adulti, partendo dal rapporto sempre più pervasivo tra ragazzi e rete.

La rete non è solo un posto che tiene tranquillo nostro figlio

Galiano parte proprio dalla presenza di internet nella quotidianità dei più giovani e dalla difficoltà degli adulti di conoscere fino in fondo ciò che accade nella loro vita online:

“Quando cominceremo ad aprire gli occhi?

Quando capiremo che la rete non è solo un posto che tiene miracolosamente tranquillo nostro figlio, ma anche un mare buio, dove nelle profondità succedono cose che noi non vedremo mai?”.

Il riferimento è a una dimensione digitale che, secondo l’insegnante, ha profondamente modificato anche l’esperienza dell’adolescenza. Galiano mette a confronto la propria adolescenza, vissuta prima della diffusione di internet e dei social, con quella dei ragazzi di oggi.

“Io ringrazio dio di avere avuto 15 anni nel 1992, senza internet, senza social”, scrive, ricordando un tempo in cui “quando chiudevi la porta di camera tua e il mondo stava fuori, nessuno veniva a buttarla giù quella porta”.

Oggi, prosegue, quella separazione sarebbe diventata molto più difficile: “non ci sono neanche più porte, neanche più muri, niente camere, c’è solo il mondo che ti entra in testa e tu dove sei finito non lo sai neanche più”.

Il disagio che rischia di restare invisibile

Nel post Galiano invita inoltre a non liquidare il malessere adolescenziale come qualcosa che sarebbe sempre esistito nelle stesse forme.

“Quando la smetteremo di far finta di niente, di dire che si è sempre stati male a tredici anni, no che non si è sempre stati male, non così”, scrive.

Da qui una domanda che riguarda direttamente anche la scuola: quali strumenti hanno oggi gli insegnanti per riconoscere il disagio degli studenti, soprattutto quando non produce segnali immediatamente visibili?

Galiano chiede infatti: “Quando vogliamo cominciare a dare alla scuola dei veri strumenti per intercettare il dolore, la rabbia, per vederla”.

Una difficoltà che, nella quotidianità di una classe, può essere particolarmente complessa. Anche l’esperienza e l’attenzione dell’insegnante, osserva Galiano, possono non bastare: “tu puoi essere anche il migliore insegnante del mondo ma è inutile, a volte ti passa davanti e non la vedi comunque, ne hai venticinque in classe”.

Non sempre chi sta peggio è chi manifesta problemi a scuola

Il passaggio forse più significativo del post riguarda proprio la difficoltà di individuare gli studenti maggiormente in difficoltà.

Il disagio, sottolinea Galiano, non coincide necessariamente con scarso rendimento, comportamenti oppositivi o problemi disciplinari. Può riguardare anche studenti apparentemente sereni, silenziosi o con risultati scolastici eccellenti.

“Spesso il ragazzo più a rischio non è quello con sei note alla settimana, non è quello con la pagella disastrata”, scrive.

E aggiunge: “È la ragazza che ha tutti dieci, è il tipo che sta tranquillo in ultimo banco e non disturba mai, come fai a vedere una cosa così invisibile, come fai?”.

Una riflessione che riporta al centro il tema della prevenzione del disagio psicologico a scuola e della capacità dell’intera comunità educante – scuola, famiglia e servizi – di cogliere segnali che possono essere molto meno evidenti di quanto si immagini.

“Quando pensiamo di fare qualcosa per questo disagio infinito che ci sta passando davanti”, domanda infine Galiano, “aspettiamo che sia un conoscente, un amico, nostro figlio?”.

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