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Dispersione scolastica: basta stanziare soldi per sconfiggerla?

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Secondo il prof Orazio Niceforo, professore di Sistemi scolastici contemporanei all’università Tor Vergata di Roma, così come riporta il Redattoresociale.it, servono altri interventi per quei ragazzi, fino ai 16 anni, che abbandonano la scuola o che sono bocciati.
“Per raggiungere un risultato ottimale, bisogna fare qualcosa di traumatico rispetto al naturale svolgersi delle cose, come prevedere, ad esempio, una drastica riduzione dei tassi di bocciatura attraverso una diversa valutazione degli obiettivi di apprendimento, almeno fino ai 16 anni, dato che il grosso della dispersione scolastica si concentra tra i 14 e i 16 anni”.
La dispersione scolastica in modo particolare riguarda gli alunni che per certi verso sono stati allontanati dalla scuola e per una serie di motivi come la condotta o difficoltà che gli insegnanti non riescono a risolvere; ma ci sono pure coloro che non sentono alcun interesse per l’istruzione e quindi per la scuola, in ciò supportati dalla famiglia che non li cura né ha interesse, ritenendola inutile; poi ci sono coloro che non possiedono gli strumenti culturali adeguati e di apprendimento per completare il corso di studio e si sbandano, lasciando così l’istruzione, come la lasciano gli studenti che si credono non in grado di affrontare la scuola, che non avrebbero le capacità necessarie sia a livello culturale e sia di apprendimento.
È vero però che negli ultimi 3 anni il tasso di abbandono scolastico è sceso di 3 punti percentuali dal 21 al 18, ma la diminuzione riguarda solo alcune aree e ben precise Regioni, mentre nel Mezzogiorno il fenomeno continua ad essere preoccupante e più grave che nel resto d’Europa.
Dice a questo proposito il professor Niceforo:
“Per ridurre i tassi di bocciatura fino a 16 anni occorrono delle indicazioni precise a livello ministeriale. Cioè, bisogna dire esplicitamente agli insegnanti di gestire la didattica in modo tale da attenuare o addirittura sostituire la logica degli standard, quella per cui al di sotto di un certo livello interviene la bocciatura, con una logica diversa, come quella della valorizzazione delle competenze specifiche di ciascuno studente. Se uno studente va bene in italiano ma va male in matematica, certamente occorrerà fare dei corsi di recupero per rimediare a quella insufficienza, senza considerarla sufficiente per far ripetere l’anno. Ci sono isole felici dove applicando questo metodo di maggiore flessibilità e personalizzazione dei piani di studio si è riusciti a contenere molto e in qualche caso azzerare la dispersione, come per esempio in Corea e Finlandia. Vuol dire che si può fare. Se non si fa è perché manca un esplicito invito a fare così. Non è vero che bocciando migliorano i livelli di prestazione. Quei paesi stanno in testa alle classifiche e non bocciano nessuno”.
Per incidere positivamente in questa area, la scuola dovrebbe avere la consapevolezza della sua fondamentale funzione educativa, accettando la sfida di un disagio scolastico non più saltuario: infatti, non c’è classe, dalle elementari al biennio delle superiori, che non abbia al proprio interno ragazzi problematici nei confronti dei quali quotidianamente i docenti misurano la propria fatica, provando spesso un enorme senso di frustrazione e a volte di isolamento e di solitudine.