Prima Ora - Notizie del 9 giugno 2026

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Dispersione scolastica e periferie italiane, un bambino su dieci cresce in aree di disagio: i dati di Save the Children

Il codice postale può determinare il futuro di un bambino. Nelle 14 città metropolitane italiane sono oltre 142mila i minori che vivono nelle cosiddette Aree di disagio socioeconomico urbano (Adu), pari a circa uno su dieci. È quanto emerge dalla ricerca “I luoghi che contano”, pubblicata da Save the Children alla vigilia di Impossibile 2026, la biennale dell’infanzia in programma il 21 maggio a Roma.

Dispersione scolastica: il peso di nascere in periferia

Roma, Milano, Napoli, Torino e Palermo concentrano il 73,5% dei minori residenti nelle 158 aree vulnerabili individuate dall’Istat. La sola capitale ospita oltre 30mila bambini e ragazzi tra zero e 17 anni in questi territori. Le conseguenze si riflettono in modo netto sul piano educativo: il 15,4% degli studenti delle scuole secondarie ha abbandonato gli studi o ripetuto l’anno, una quota doppia rispetto alla media delle città metropolitane. Il 20,8% degli alunni dell’ultimo anno delle medie è considerato a rischio di dispersione scolastica implicita. A pesare sono anche le rinunce quotidiane: il 12,7% non pratica sport per ragioni economiche, il 19,3% rinuncia ad uscire con i coetanei e il 16,5% non ha potuto fare una vacanza. Quasi la metà degli adolescenti che vive in queste zone – il 49,1% – percepisce uno stigma sociale legato al proprio quartiere. Eppure molti di loro chiedono servizi migliori, spazi sportivi, parchi curati e luoghi di aggregazione: segno di un attaccamento al territorio che non si è spento.

Save the Children chiede al governo una strategia nazionale di rigenerazione urbana di lungo termine, centrata su bambini e adolescenti nelle aree vulnerabili. L’organizzazione ha lanciato una petizione a sostegno di una proposta di legge per istituire presìdi socio-educativi: spazi pubblici accessibili, sicuri e attivi tutto l’anno, dove i ragazzi possano partecipare alla programmazione di attività culturali, sportive e ricreative, e ricevere supporto educativo e psicologico. Il modello si basa sulla collaborazione tra istituzioni, scuole, Terzo Settore e comunità locali, attraverso Patti Educativi di Comunità.

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