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Aggiornato il 28.02.2026
alle 16:17

Il documentario “D’Istruzione Pubblica” è pessimo e non descrive bene la scuola di oggi e quella di ieri: questo il parere del preside Ludovico Arte

In questi giorni è diventato pressoché “virale” un video documentario volto a “dimostrare” che negli ultimi 25-30 anni il nostro sistema scolastico è andato via via peggiorando anche a causa di politiche scolastiche del tutto sconsiderate. Poitiche la cui responsabilità è di tutte le parti politiche.
Ne parliamo con Ludovico Arte, dirigente scolastico presso l’istituto tecnico per il turismo “Marco Polo” di Firenze.

Preside Arte, ha visto il documentario “D’Istruzione Pubblica”, che sta facendo molto discutere. Che impressione ne ha ricavato?

Sì, l’ho visto anch’io e devo dire che l’ho trovato pessimo. È un’opera chiaramente a tesi: attraverso una serie di interviste e alcune scene costruisce l’idea che negli ultimi trent’anni la scuola sia stata distrutta, dalla destra e soprattutto dalla sinistra, in nome di una progressiva aziendalizzazione che starebbe conducendo i ragazzi verso l’ignoranza. È una lettura fortemente semplificata e, a mio avviso, mistificante.

In che senso parla di semplificazione e mistificazione?

Il documentario salda due nostalgie: quella di una certa sinistra che denuncia “la scuola capitalista” e quella di una destra che rimpiange i bei tempi andati. Ne esce una narrazione furba e piaciona, che guarda al passato come a un’età dell’oro in cui la scuola funzionava, promuoveva cultura e garantiva rispetto ai docenti.

Lei però non condivide questa nostalgia. Perché?

Perché io la scuola di una volta la ricordo bene. Era autoritaria, gerarchica, poco democratica. Prevaleva una didattica trasmissiva e disciplinare: il docente dominava la scena e gli studenti non avevano voce in capitolo. Era anche profondamente classista. E il rispetto per gli insegnanti era spesso più apparente che reale.

Questo significa che oggi la scuola non abbia problemi?

Assolutamente no. I problemi ci sono e sono evidenti: i mancati investimenti, una burocratizzazione spesso insensata, il rischio di un orientamento eccessivo verso il lavoro, le disuguaglianze sociali e scolastiche che persistono. Ma, nonostante tutto, non ho dubbi nel preferire la scuola di oggi a quella di ieri.

Cosa rende, secondo lei, migliore la scuola attuale?

È più aperta, più libera, più democratica. Si può discutere di tutto. Si cerca di rinnovare ambienti, organizzazione e didattica. C’è una grande cura delle relazioni, sostenuta da un impegno diffuso di dirigenti, docenti e personale Ata. Tutto questo nel documentario non si vede.

Nel film si parla di studenti sempre più impreparati e privi di spirito critico. Come risponde a questa accusa?

Quando si racconta di studenti analfabeti e di una scuola incapace di sviluppare spirito critico e senso di cittadinanza, oltre a criticare “il sistema” si finisce per offendere chi nella scuola lavora ogni giorno con serietà. È una rappresentazione che ignora la complessità e il lavoro quotidiano che si fa nelle classi. E trovo superficiale anche il modo in cui vengono trattate la pedagogia e figure come Rousseau o Dewey, insieme ai tanti tentativi di innovazione educativa.

Uno dei bersagli del documentario è l’autonomia scolastica. Lei cosa ne pensa?

Non condivido affatto l’attacco all’autonomia come simbolo della distruzione della scuola. L’autonomia permette alle scuole di esercitare libertà e responsabilità, di compiere scelte educative, didattiche e organizzative coerenti con il proprio contesto. Se molte scuole si stanno rinnovando, è proprio grazie alle opportunità offerte dall’autonomia. Semmai andrebbe rafforzata, con risorse adeguate e procedure più snelle.

Teme un ritorno a un modello centralista?

Sì, e non lo vorrei. Una scuola in cui tutto venga deciso a Roma, senza considerare le diversità dei contesti, mortificherebbe la libertà degli organi collegiali, dei dirigenti e dei docenti.

In conclusione, che tipo di dibattito servirebbe oggi sulla scuola?

Abbiamo bisogno di discutere e confrontare punti di vista diversi. Ma non ci aiutano opere di propaganda a senso unico. Servono racconti autentici, capaci di mostrare la scuola nella sua realtà, di confrontare esperienze concrete e di restituire la complessità dei problemi. Oltre alla critica alle riforme sbagliate, abbiamo bisogno di visioni e di visionari. Tutto questo, purtroppo, nel documentario non si intravede.

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