Home I lettori ci scrivono Diventare astronauta è più facile che diventare insegnante!

Diventare astronauta è più facile che diventare insegnante!

CONDIVIDI

E’ vero che ogni Ministro vuole passare alla storia della Scuola con una propria riforma, vero è che questa riforma ce la chiede l’Europa perché l’abbiamo inserita nel PNRR da cui attendiamo un sacco di miliardi di Euro, vero è che dobbiamo fare in fretta, perché giugno è alle porte, ma ciò non toglie che dobbiamo per forza emanare una riforma per la Scuola, che riguarda la modalità di accesso all’Insegnamento, che peggio di così non può essere formulata, che è un sentiero tortuoso, una specie di labirinto, da cui è difficile trovare l’uscita. Procediamo per tappe e per articoli per capire di cosa stiamo parlando.

L’argomento principe è come fare la selezione, la migliore selezione, tra i giovani laureati che vogliono dedicarsi alla carriera docente. Giovani l’ho scritto io perché si deduce dal testo della riforma che ci si rivolge ai nuovi laureati o che si sono da poco laureati o ai laureandi che, così, avrebbero una strada aperta a una nobile professione, molto mal pagata, ma nobile.

Icotea

Questo lo si deduce leggendo l’art. 2, punto 2 del testo che prevede “un percorso universitario ed accademico abilitante di formazione iniziale e prova finale corrispondente a non meno di 60 Cfu”.

E chi è laureato da 5, 6, 10 anni, come farà a prendere i 60 Cfu? Ecco perché penso io che questa norma è rivolta ai giovani laureandi, i quali se hanno la vocazione all’insegnamento, prima di finire i loro studi , si iscrivono ai 60 Cfu. Ma quanti esami sono i 60 Cfu? Se ogni esame da diritto a 6 Cfu, come nel caso dei 24, tuttora vigenti, allora ci vorranno altri 10 esami supplementari, cioè almeno altri 8 o 10 mesi.

E non è finita qui. Poi bisogna superare il concorso che mediamente si conclude in due anni, se tutto va bene e poi c’è l’anno di prova. Come vedete si studia di meno a fare l’astronauta che a diventare docente e poi per cosa? Per 1.400 euro di stipendio che arriverà a 2.000 circa nell’arco di 32 anni e passa di servizio.

Ma questi nostri politici sono fuori della realtà! Hanno la testa per terra e i piedi in aria e non capiscono e vedono niente. Chi si ricorda dell’altra riforma emanata dalla ministra Fedeli che voleva introdurre il F I T? Cioè un percorso triennale, dopo aver vinto il concorso, al termine del quale si poteva ottenere la sospirata ammissione al ruolo.

Meno male che intervenne il Governo giallo-verde e con il ministro Bussetti, si ritornò al solo anno di formazione, che equivaleva all’anno di prova di una volta e poi la sistemazione in ruolo che adesso è stato convertito in contratto a t.i., alias di ruolo.

In tanti dimenticano che nel Pubblico Impiego si assume per concorso che non presenta la caratteristica di una corsa ad ostacoli come avviene per i professori. Sarà il mestiere più difficile del mondo, ma allora paghiamolo in modo adeguato, per quello che è: difficile.

E’ tanto difficile che poi alcuni scappano a fare il Dirigente Scolastico, che a regime, fra qualche anno, finirà per prendere uno stipendio di circa 5.000 euro al mese, adeguato alle responsabilità. Ma poiché il lavoro più difficile è fare il professore, allora egli non può non percepire uno stipendio di 4.000 euro al mese. Sono cifre da sogni di mezza notte. Eppure ci si inventa concorsi ad ostacoli che scoraggiano, anziché incoraggiare ad intraprendere la strada di docente.

Le trovate in questa riforma Bianchi non finisco qui, perché per i concorsi straordinari (?) aperti a chi ha un triennio di insegnamento, dice la riforma “l’integrazione della formazione iniziale e superamento della prova finale necessari all’abilitazione (?) avviene nel primo anno di immissione in servizio a tempo indeterminato e part time…” Prima si parlava di concorso, adesso si parla di abilitazione e per giunta retrocedendo di lavoro e stipendio l’aspirante docente, perché deve fare un anno a part time.

Ma che vuol dire? Verdone avrebbe detto: scusa, in che senso? Ma i famosi 60 Cfu sono pure a numero chiuso, secondo il fabbisogno di docenti per tipologia di posto e classe di concorso nel triennio successivo, perché si generi un numero di abilitanti o abilitati sufficiente a garantire la selettività delle procedure concorsuali e impedisca una consistenza numerica di abilitati non assorbibile dal sistema nazionale di istruzione. Cioè se è l’anno buono ti laurei e ti puoi abilitare se hai scelto di conseguire i 60 Cfu, se sei fortunato, altrimenti quando? Che poi, l’abilitazione all’insegnamento, dopo aver conseguito i 60 Cfu, e prima aver conseguito la laurea nello stesso anno (sarà così? Boh?), si si ottiene col superamento della prova finale del suddetto percorso. Prova finale? Cos’è? Un altro esame o basta il superamento dell’ultimo esame dei 60 Cfu. Una corsa ad ostacoli peggiore di questa l’esimio prof. Bianchi non poteva inventare?

Per gli ITP, dal 1/1/2025 è prevista la laurea, ma fino al 31/12/2024, sono ammessi a partecipare al concorso coloro che abbiano conseguito almeno 30 Cfu !!!, Ma come? I Cfu non era 24, come da legge Renzi/Faraone? E adesso sono 30!!! Di cui alcuni di tirocinio diretto. Cosa vuol dire, che coloro i quali hanno 24 Cfu, devono fare un supplemento di 6 Cfu? Questo non lo si dice e non vorrei che i 24 non contassero più niente e si deve ricominciare da capo. Ma questo vale per tutti coloro che hanno i 24 Cfu.

Insomma , che fine faranno i 24 Cfu? La lettura della riforma presenta altre amenità quando si va a leggere l’art. 13, c. 2, e si dice che i vincitori del concorso su posto comune, che non abbiano ancora conseguito l’abilitazione, sottoscrivono un contratto annuale a tempo determinato part time e completano il percorso universitario di formazione iniziale di cui all’art. 2-bis, quello dei 60 Cfu di cui ho parlato prima, cioè si iscrivono all’Università per conseguirei 60 Cfu. Ecco perché il contratto è part time, perché devono prendere i 60 Cfu. Così facendo ottengono l’abilitazione e sono sottoposti al periodo annuale di prova in servizio, il cui positivo superamento determina l’effettiva immissione in ruolo. Per non parlare poi del sistema di formazione e aggiornamento permanente degli insegnanti articolato in percorsi di durata quadriennali, che servono in altre parole ad accorciare la progressione economica per giungere prima allo scaglione successivo. Alè! Altri studi, altri impegni e quando si vive? Ma. Ma di questo ne parleremo più in là, se la riforma non verrà bocciata prima.

Giovanni Cappuccio

iscriviti

ISCRIVITI al nostro canale Youtube

METTI MI PIACE alla nostra pagina Facebook