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19.07.2025

Docente di sostegno vs docente per l’inclusione: la soluzione potrebbe essere la cattedra inclusiva

Monica Piolanti

Leggendo la proposta di legge presentata dalla Lega, che mira a rinominare il “docente di sostegno” in “docente per l’inclusione”, non si può fare a meno di riflettere sulle criticità che, a mio avviso, emergono da questa iniziativa. L’intenzione dichiarata è quella di valorizzare il ruolo di questi docenti; ma qui dobbiamo cercare di comprendere l’impatto reale che una simile proposta potrebbe avere.
Siamo nel solco dei princìpi della Convenzione ONU sui diritti delle persone con disabilità e delle linee guida nazionali sull’inclusione scolastica, partendo dal presupposto che il termine “sostegno” veicoli un’idea riduttiva del ruolo. E su questo potremmo anche essere d’accordo: la figura del docente che si occupa di studenti con disabilità e bisogni educativi speciali va ben oltre il semplice supporto individuale, configurandosi come una risorsa educativa per l’intero contesto classe.
Ma c’è un problema: se introduciamo la figura del “docente per l’inclusione”, non si rischia forse di sollevare tutti gli altri docenti – quelli “curricolari” – dalle loro responsabilità nei processi di inclusione? L’inclusione non dovrebbe essere un processo che coinvolge l’intera comunità scolastica, ogni singolo insegnante e ogni singolo alunno? Delegare l’inclusione a una figura specifica, anche se con un nome più “inclusivo”, potrebbe paradossalmente creare una scissione, un’idea che “quello è il loro compito, non il mio”. Inoltre, la proposta di legge, composta da due articoli, si concentra principalmente sulla sostituzione della dicitura in tutti i documenti ufficiali.

Ma c’è una questione ancor più complessa e, oserei dire, più profonda, che il disegno di legge sembra non affrontare pienamente.
L’ordinamento attuale, infatti, non parla di “insegnante di sostegno”, ma di “insegnante per le attività di sostegno” ; basta leggere con attenzione la legge 517 del 1977 e la legge 104 del 1992 per constatarlo.
Questo significa che la legislazione attuale riconosce già una funzione più ampia di “attività di sostegno” e di “inclusione scolastica”. Il rischio è che questo cambiamento di denominazione, pur con le migliori intenzioni, rimanga una modifica superficiale se non accompagnato da un ripensamento più ampio del ruolo, delle responsabilità e della formazione di tutti i docenti. L’inclusione non è un’etichetta da apporre a un ruolo, ma una cultura da promuovere e praticare quotidianamente in ogni classe.
A questo proposito, non andrebbe trascurata una “terza via”, quella proposta già nel 2024 dall’ispettore Raffaele Iosa e da altri promotori come Dario Ianes ed Evelina Chiocca: la cattedra inclusiva.
L’idea alla base è semplice ma dirompente: tutti i docenti delle classi che accolgono alunni con disabilità devono essere formati per affrontare le sfide e le esigenze dei processi inclusivi. Questa proposta appare ancor più rivoluzionaria in quanto si concretizza in un disegno di legge che mira a istituire formalmente questa nuova modalità operativa nelle scuole italiane. La cattedra inclusiva sta guadagnando terreno grazie all’impegno incessante dei suoi promotori nell’organizzare incontri, conferenze e momenti di formazione per docenti in varie parti d’Italia. Un impulso significativo è arrivato anche dall’Università del Molise, che ha lanciato un protocollo di ricerca sul tema, offrendo a tutte le scuole del territorio nazionale la possibilità di partecipare e contribuire alla validazione e al miglioramento del modello proposto.
La vera valorizzazione del ruolo dei docenti che si occupano di inclusione dovrebbe passare non solo da un cambio di nome, ma da un rafforzamento della loro formazione, da una maggiore consapevolezza da parte di tutto il corpo docente e da un sostegno concreto alle pratiche didattiche inclusive che coinvolgano l’intera classe.

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