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07.06.2026
Aggiornato alle 13:00

Docenti in piazza in Catalogna: rifiutano 600 euro di aumento contrattuale

Da mesi i docenti catalani presidiano le strade. Oltre diciassette giornate di sciopero, quindicimila persone in marcia a Barcellona il 6 giugno, scrutini a rischio e la visita del Papa nel mirino. Un preaccordo da circa 600 euro mensili in quattro anni — 599,5 per la primaria, 633 per la secondaria, sommando parte autonomica catalana e aumenti statali — bocciato dal 65% dei lavoratori. Non bastava. E il movimento ha scavalcato i sindacati stessi: i docenti si sono organizzati nelle assemblee di istituto, hanno sfilato con cartelli fatti a mano su cartone e pennarello, hanno relegato le bandiere sindacali in seconda fila. Sul grande telo giallo che apriva il corteo campeggiava una frase sola: Ha ganado la dignidad educativa. Ha vinto la dignità educativa.

Non solo soldi ma reconocimiento

Sarebbe un errore liquidare la protesta catalana come una vertenza salariale. I docenti lo ripetono ossessivamente, ai giornalisti, ai microfoni, sui social: “Si è data un’immagine alla società che vogliamo solo guadagnare di più, ma non è vero“. Quello che chiedono è un cambiamento strutturale: meno alunni per classe, più personale di sostegno per gestire una diversità crescente, meno burocrazia soffocante, e — parola che ricorre in ogni intervista — reconocimiento. Riconoscimento. Sociale prima ancora che economico.

È la stessa parola che i docenti italiani usano da anni, spesso sottovoce, spesso tra di loro: la sensazione di essere considerati dalla società dei privilegiati — orario ridotto, vacanze lunghe, posto fisso — quando la realtà delle aule racconta qualcosa di completamente diverso. Classi sovraffollate, alunni con bisogni educativi speciali senza supporto adeguato, burocrazia che sottrae tempo all’insegnamento, famiglie sempre più esigenti e sempre meno collaborative. In Catalogna questo malcontento è esploso. In Italia cova, e non trova canali.

Lo sciopero delle famiglie a fianco dei docenti

Uno degli episodi più significativi della protesta catalana — e uno dei meno raccontati — è lo “sciopero delle famiglie”. Dopo settimane di astensioni non retribuite, con i docenti che avevano già perso quote consistenti di stipendio, migliaia di genitori si sono organizzati autonomamente per non mandare i figli a scuola: non per boicottarla, ma per consentire agli insegnanti di continuare la mobilitazione senza perdere ulteriore reddito. Un gesto di solidarietà concreta, che ha tenuto in piedi lo sciopero dal basso quando la pressione economica rischiava di svuotarlo.

È un segnale importante: le famiglie catalane hanno scelto di stare dalla parte degli insegnanti, non contro di loro. Hanno riconosciuto che il disagio dei docenti è anche il disagio dei loro figli, che classi mal gestite per carenza di personale, insegnanti esauriti e strutture inadeguate non danneggiano solo chi ci lavora ma chi ci studia. Quella solidarietà non è scontata — in molti paesi, Italia compresa, la narrazione dominante tende a contrapporre i diritti dei lavoratori della scuola agli interessi delle famiglie, come se fossero in conflitto. In Catalogna, almeno per qualche settimana, quella contrapposizione è saltata.

In Italia un sistema bloccato per legge

In Italia tutto questo è strutturalmente più difficile. Non per mancanza di malcontento, ma per come funziona il sistema. Dal 1993, con la privatizzazione del rapporto di lavoro pubblico (Decreto Legislativo n. 29/93), i docenti e il personale ATA sono contrattualizzati come qualsiasi dipendente statale: il rinnovo del contratto dipende dai fondi stanziati dal governo nell’ambito del comparto “Istruzione e Ricerca”, condiviso con una platea enorme di altre categorie. Magistrati e professori universitari hanno percorsi separati, con meccanismi di adeguamento automatico che li proteggono dall’erosione inflazionistica. Insegnanti di scuola, no.

Il risultato è sistematico: ogni rinnovo contrattuale arriva con anni di ritardo, è negoziato al ribasso da chi non ha la scuola come priorità, e produce aumenti che l’inflazione divora prima che arrivino in busta paga. Il CCNL 2022-2024, firmato a dicembre 2025 — con tre anni di ritardo sul periodo di riferimento — ha portato in media 150 euro lordi mensili, circa 100 netti. Gli arretrati per il triennio precedente sono stati liquidati in un’unica soluzione, tassata come reddito ordinario. Nessuno blocca le strade per questo.

Gli stipendi italiani restano tra i più bassi d’Europa: circa 26.000 euro lordi di base contro i 31.000 catalani — già considerati insufficienti dai docenti in rivolta — e i 40.000 della media europea. E a differenza della Spagna, dove la competenza educativa è regionale e i docenti possono fare pressione su un interlocutore preciso e raggiungibile, in Italia la catena decisionale è così lunga e diffusa da rendere difficile anche solo identificare chi risponde delle scelte salariali.

Il silenzio non è consenso

La Catalogna mostra che si può fare diversamente — anche disordinatamente, anche litigando coi propri sindacati, anche con i portavoce sindacali fischiati in piazza dai propri iscritti. Mostra che quando il disagio raggiunge una soglia critica, le famiglie possono scegliere di non restare spettatrici. E mostra che il riconoscimento sociale non si ottiene aspettando che la società cambi idea da sola: si conquista rendendo visibile ciò che accade nelle aule, trasformando il malcontento privato in rivendicazione pubblica.

In Italia quel passaggio non è avvenuto. Il silenzio dei docenti italiani non è approvazione delle condizioni in cui lavorano. È, in larga misura, il prodotto di un sistema che ha privatizzato il rapporto di lavoro pubblico togliendo alla categoria gli strumenti per negoziare in modo efficace, e di una narrazione sociale che continua a rappresentare l’insegnante come un privilegiato da difendere dalle proprie rivendicazioni. Finché quella narrazione non cambia — e finché le famiglie italiane non scelgono, come quelle catalane, di stare dalla parte giusta — il contratto arriverà in ritardo, l’aumento sarà insufficiente, e tutto resterà com’è.

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