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Donne poco valorizzate, solo 7 amministratori delegati su 100 sono di sesso femminile. Fa eccezione la scuola: il 70% dei presidi è “rosa”

Nella giornata internazionale delle donne, risultano innumerevoli denunce e proposte trasversali per ridurre la disparità di genere e le discriminazioni verso il sesso femminile. Riprendiamo quella di Azione, che ha deciso di lanciare l’iniziativa ‘Donne al centro’, “un percorso concreto per entrare in politica: formazione, mentoring, e anche costruzione di proposte per rimuovere gli ostacoli che allontanano le donne fuori dai ruoli decisionali“.

L’iniziativa è stata lanciata con un video sui social, con testimonianza delle giovani che hanno partecipato in estate alla scuola di formazione estiva del partito: “La rappresentanza – dicono le ragazze – non è una bandiera, è qualità delle decisioni. Se hai passione e voglia di impegnarti, se vuoi prenderti responsabilità pubblica, se pensi che questo Paese possa essere governato meglio, Azione ti chiede di fare un passo avanti. Non per testimoniare o farti guidare. Per decidere”.

Nel video è presente anche Elena Bonetti, presidente di Azione: vogliamo “costruire e formare leadership delle donne“, dice l’ex ministra per le pari opportunità.

Ma qante sono le donne in Italia? E quante di loro ricoprono ruoli apicali e decisionali? “Siamo il 51,1% – ricordano le ragazze -: siamo più della metà della popolazione italiana. Ma dove si decide, quasi non ci siamo. Solo 7 su 100 amministratori delegati sono donne. Negli ospedali, solo il 23% dei primari sono donne. In Parlamento occupiamo circa 3 seggi su 10. Non è una questione di merito, è una questione di accesso, di reti, di opportunità per accedere alle posizioni di leadership. È lì che si decidono le politiche industriali, il fisco, il lavoro, i servizi, la scuola. Se non siamo nei luoghi dove si scrivono le regole, quelle regole – concludono – non terranno davvero conto di noi”.

Il gap non è solo italiano. Il tema è stato toccato, l’8 marzo, anche dall’europarlamentare calabrese Giusi Princi (Forza Italia): “Le disuguaglianze economiche e professionali sono ancora notevoli, basti pensare che in Europa le donne guadagnano in media il 12% in meno all’ora rispetto ai propri colleghi e le pensioni medie femminili sono circa il 24,5% inferiori a quelle degli uomini, riflettendo carriere spesso frammentate o interrotte da responsabilità di cura familiare”.

“Le donne – ha aggiunto Princi – sono inoltre sottorappresentate nei ruoli decisionali e di leadership, con quote inferiori alla parità nei consigli di amministrazione e nei vertici aziendali”.

I numeri ministeriali danno sostegno a quanto espresso l’8 marzo: i dati ufficiali ci dicono che nel privato in Italia le quote rosa di dirigenti si attestano attorno al 23%, mentre nella PA solo il 21,98% dei dirigenti a tempo indeterminato sono donne.

Nella scuola, unico caso dell’amministrazione pubblica, il rapporto diventa però opposto: le donne che ricoprono il ruolo di dirigente scolastico si collocano in media appena sotto il 70%, con alcune regioni del Sud, come Abruzzo e Campania, dove i presidi di sesso femminile raggiungono l’80%.

Un dato che però, almeno per chi conosce la scuola, non sorprende più di tanto: sembra infatti riflettere la forte femminilizzazione del sistema scolastico italiano, dove oltre l’81% degli insegnanti (passaggio indispensabile per diventare dirigenti scolastici) è appunto donna.

Complessivamente, le donne che ricoprono il ruolo di dirigente scolastico sono oltre 5.100, mente i capi d’istituto di sesso maschile sono appena 2.300.

Una sproporzione che in occasione degli ultimi concorsi pubblici ha convinto alcuni addetti ai lavori a proporre, senza però seguito, l’applicazione delle cosiddette “quote blu“, ovvero di dare priorità all’immissione in ruolo del genere maschile in caso di parità di punteggio, proprio per cercare di riequilibrare la rappresentanza dei dirigenti scolastici nelle nostre scuole pubblico.

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