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Dramma bocciatura, parlarne per prevenirlo

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Troppe brutte storie di studenti bocciati o non ammessi agli esami riempiono in questi giorni le pagine dei giornali.
Dopo il ragazzo morto per arresto cardiaco a Marsala e il tentato suicidio di un giovane studente romano, una diciassettenne palermitana vaga per ore per le strade della sua città e, grazie a una segnalazione al 113, viene ritrovata sul precipizio di una cava. Tutti e tre accomunati da un evento simile. Tutti e tre reduci da delusioni legate al risultato scolastico. E’ lecito parlare di eccessivo sconforto o è altresì possibile pensare a velati tentativi di emulazione? Se quest’ultima ipotesi ha un minimo fondamento, occorre soffermarsi a riflettere sul ruolo che i mass media possono avere nel trattare in modo intensivo determinati argomenti, nel posizionarli in prima pagina e nel parlarne per giorni e giorni. In particolare, l’attenzione andrebbe quindi posta sulle modalità adoperate nella gestione dell’informazione, soprattutto quando chi trasmette la notizia sa che fra i fruitori è possibile vi siano soggetti che in quegli episodi potrebbero specchiarsi.

Ma se è vero che i mass media hanno le loro responsabilità, è anche vero che la scuola potrebbe e dovrebbe assumere un ruolo non trascurabile sotto l’aspetto della prevenzione di tali episodi. Ma, nello specifico, di quale ruolo si tratta? La risposta risiede in due semplici parole-chiave: comunicazione e autostima.

La comunicazione come prevenzione
In molti dei recenti casi riportati dalla cronaca, alla reazione abnorme di fronte all’insuccesso scolastico è associata la sorpresa. Ammesso che il ragazzo in questione, magari in possesso di uno scarso senso di realtà, non sia riuscito da solo a prevedere l’esito che avrebbe avuto il suo insufficiente rendimento scolastico, dove hanno fallito gli insegnanti nell’essere capaci di comunicarglielo e di prepararlo in modo adeguato onde anticipare la triste sorpresa? Non occorre dimenticare che talvolta l’equivoco è dietro l’angolo: basta infatti una interrogazione vissuta come opportunità riparatoria, seguita da una restituzione (comunicazione dell’esito) non chiara da parte dell’insegnante, perché il ragazzo si convinca, a torto, di essersi “salvato”. Di fronte al tabellone dei risultati, in questo caso, il prendere atto di una bocciatura o di una mancata ammissione agli esami può avere delle ripercussioni inaspettate, magari reputate eccessive ma comunque, ad un certo punto, non più riparabili.
Lungi dal voler creare inutili allarmismi, è comunque opportuno rendere consapevole chi di dovere della necessità di una maggiore attenzione e sensibilità rispetto alla comunicazione. Essa deve essere diretta tanto all’allievo quanto alla sua famiglia. Pertanto, in prossimità di una bocciatura sarebbe auspicabile che la scuola, oltre a comunicarlo in modo chiaro e aperto all’allievo, si adoperasse per informare i genitori. Ciò può, a discrezione del dirigente scolastico, essere fatto per iscritto, tramite una telefonata o una convocazione. Quel che conta è che nessuno si trovi impreparato di fronte a un evento che, per quanto non piacevole, è ad ogni modo passibile di essere gestito e anche metabolizzato.

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Verso un rafforzamento dell’autostima
L’altra parola-chiave su cui è utile ragionare è l'”autostima”. In un percorso di crescita, essa rappresenta il punto nodale affinché il soggetto impari a sfruttare al massimo le risorse di cui dispone al fine di imparare a credere nelle proprie possibilità e nei propri mezzi. La scuola, da questo punto di vista, può essere considerata una palestra privilegiata, laddove gli insegnanti costituiscono gli attrezzi di potenziamento muscolare. Fra i banchi il ragazzo impara a conoscere i suoi punti di forza e i suoi punti di debolezza, ma in questo percorso deve essere guidato. Precipuo compito dei docenti è dunque quello di rafforzare e lavorare efficacemente su entrambi gli aspetti. Da un lato valorizzare e potenziare i punti di forza, dall’altro fornire i mezzi congrui a superare quelli di debolezza.

Il ragazzo che di fronte a un insuccesso scolastico tanto grave da essere sfociato in bocciatura tenta un gesto estremo, è un ragazzo disperato. Disperato perché ritiene di non possedere alcun valore solo perché ha fallito in uno dei suoi compiti. Tale incolmabile senso di frustrazione potrebbe essere prevenuto qualora si fosse riusciti a trasmettere al ragazzo una equilibrata fiducia nei suoi aspetti positivi, che possono non necessariamente corrispondere alle abilità scolastiche. La disperazione è propria di chi ritiene che una soluzione non sia più possibile. Se una bocciatura da sola è stata in grado di portare via ogni speranza, c’è da pensare che il soggetto non aveva altro in cui credere. E poiché la sicurezza si nutre di conferme esterne, è anche intuibile che al ragazzo proprio queste siano mancate.

Il gioco della deresponsabilizzazione
Ancora in riferimento ai fatti degli ultimi giorni, i mass media hanno divulgato molte dichiarazioni di docenti e dirigenti scolastici, e anche di qualche psicologo, pervase da un’unica musica di sottofondo, le cui note danno vita a una melodia monotona e ripetitiva che rimanda ad altri la responsabilità del fallimento. In maniera non dissimile, altrettanto intonato è il coro delle famiglie che delegano alla scuola, in toto, la responsabilità di una crescita serena ed equilibrata dei propri figli. Questo gioco fa amaramente sorridere e risulta alquanto sterile. Sarebbe auspicabile invece che la scuola, per voce di qualche suo docente, non pronunciasse frasi come: “Per molti studenti l’impatto con la scuola superiore, o il passaggio dal biennio al triennio, diventa traumatico anche perché non sono in possesso di un adeguato metodo di studio. Con questi presupposti l’insuccesso è dietro l’angolo” (fonte: La Repubblica, Palermo, 21/6) per poi non assumersi la responsabilità di trasmettere un adeguato metodo di studio. Non rientra forse questo fra gli specifici compiti della scuola? Allo stesso modo, le famiglie non possono ancora credere che i figli siano fatti a “compartimenti stagni” e che esse non debbano rientrare in alcun modo nelle questioni legate all’apprendimento.
Su questo sfondo si torna a parlare di un argomento vecchio ma sul quale, a quanto pare, è sempre utile tornare: quello della comunicazione scuola-famiglia associato, stavolta, alla completa e consapevole assunzione delle proprie responsabilità.
Attenzione a non cadere nella solita trappola fatta di accuse reciproche: “è colpa della scuola” sommato a “è colpa delle famiglie” che equivale a dire che è colpa della società… Ma da chi è formata la società? Si continua a voler credere che la società sia una entità astratta e immateriale?

Una scuola efficace ma serena
Senza nulla togliere al primario ruolo didattico della scuola, il clima odierno ci porta con urgenza a premere verso una maggiore umanizzazione delle relazioni che si svolgono al suo interno. Non bisogna mai dimenticare che prima che avvocati, giudici, politici, meccanici o insegnanti, si nasce uomini. E, si sa, i rapporti fra gli uomini vengono regolati tanto dalle norme quanto dai sentimenti. Una maggiore attenzione andrebbe quindi riservata alla sensibilità con la quale trattare le relazioni, specie in considerazione delle esigenze che si manifestano in talune fasi della crescita.
E’ noto a tutti che gran parte degli anni scolastici coincidono con un periodo della vita da sempre ritenuto particolarmente delicato, quello che prende il nome di adolescenza. E’ pur vero che quando essa si svolge in un clima di fisiologica tranquillità, trascorre al pari delle altre fasi fino all’ingresso alla vita adulta. Purtroppo però non sempre le condizioni sono favorevoli né le famiglie assomigliano a quelle degli spot delle merendine. E’ possibile pertanto che alle spalle di alcuni allievi vi siano condizioni socio-economiche disagiate, situazioni familiari non regolari, ambienti abitativi scomodi e altro ancora (la casistica è ampia e variegata).
E’ proprio di fronte ai casi meno felici che la scuola è chiamata a fare uno sforzo più grande per fornire qualche opportunità in più rispetto a quelle che il ragazzo ha a disposizione. Chiaramente non si parla di opportunità in termini strettamente ed esclusivamente pedagogici ma più squisitamente umani. In questi casi risulta doveroso non infierire sul ragazzo con delle modalità poco riguardose solo perché ritenute le uniche che conosce. Il limite fra il riguardoso e l’irriguardoso è, per la verità, molto labile. Un riguardo può essere, perché no, quello di porgere all’interessato una possibile bocciatura accompagnandola con delle motivazioni comprensibili e assimilabili, in relazione alle strutture e ai mezzi in suo possesso.