No agli abiti “succinti”, come ad esempio “magliette corte, abiti scollati, attillati o trasparenti” indicati più “per uno stabilimento balneare che per una istituzione scolastica”. E no a pratiche come “piercing all’ombelico e unghie esageratamente lunghe”, da mantenere al di sotto di “0,5 centimetri nella parte eccedente il dito”. Sono alcuni stralci delle circolari diffuse da molti dirigenti scolastici italiani all’inizio dell’anno scolastico 2025/26, entrate nel dibattito pubblico con il nome di dress code. Un invito alla sobrietà e al decoro, più che un ritorno alla vecchia uniforme. Ma come si concilia il diritto all’espressione individuale con il rispetto del contesto scolastico? La Tecnica della Scuola lo ha chiesto a Giuliana Proietti, psicologa, psicoterapeuta e sessuologa, che da anni si occupa di queste tematiche.
“È giusto che a scuola si indossino abiti sobri e adeguati al contesto educativo, ma questo obiettivo non può essere raggiunto semplicemente imponendo regole dall’alto”, afferma Proietti. L’obiettivo della scuola, prosegue, dovrebbe essere quello di educare le giovani generazioni, non di censurare i loro comportamenti, per quanto stridenti essi possano essere rispetto alle aspettative. Quello dell’abbigliamento, in particolare, è un linguaggio simbolico particolarmente importante nell’adolescenza. “I ragazzi si vestono per essere accettati dal gruppo, per esplorare la propria identità, per sentirsi parte di qualcosa. Se l’adulto impone divieti senza spiegare, il rischio è di provocare solo opposizione o, peggio, vergogna“. Approcciarsi a questa materia, insomma, può essere molto complicato.
Gli effetti collaterali di un approccio errato, sottolinea l’esperta, possono essere gravi. A partire dall’ipersessualizzazione precoce, proprio ciò che si vorrebbe evitare imponendo un abbigliamento più sobrio. “Le regole imposte dall’alto rischiano di provocare ribellione: invece di portare ordine, possono ridurre il coinvolgimento scolastico e far sentire gli studenti in opposizione agli insegnanti, soprattutto quando il controllo riguarda dettagli come la lunghezza delle gonne o delle spalline”. Questo, secondo Proietti, può avere conseguenze serie: “Le ragazze in questo caso vengono invitate a ‘gestire’ la propria immagine in modo da non distrarre o disturbare compagni e professori: il rischio è quello di finire al centro dell’attenzione dei compagni e degli insegnanti per la più piccola trasgressione“.
Da non sottovalutare, poi, il ruolo dei social. Questi ultimi, secondo Proietti, propongono modelli di bellezza che diventano il punto di riferimento per molti adolescenti, ma spesso anche per molti genitori. “Si, molti adulti sono attratti dal mondo dei social, seguono le influencer e mostrano i propri figli online per ottenere dei like. In questo modo, i bambini imparano fin da piccoli a pensare che il loro valore dipenda dall’essere alla moda o seguiti, piuttosto che da chi sono veramente e da ciò che sentono dentro“. Di fronte a tutto questo, la scuola rischia di sembrare “vecchia” o distante, se reagisce solo con il divieto. “Da sempre gli adolescenti cercano di sentirsi parte del gruppo dei coetanei e di avere la loro approvazione, mettendo in secondo piano il giudizio degli adulti“.
La soluzione, per la dottoressa Proietti, non è abolire ogni regola, ma costruirla insieme. “Sarebbe auspicabile un approccio maggiormente decentrato, che permetta a regioni e istituti di modulare le regole in sintonia con il contesto e con le tradizioni locali, offrendo così risposte più rispettose delle realtà e dei vissuti degli studenti”. Tra le possibili soluzioni, l’esperta suggerisce l’introduzione di una divisa scolastica fornita gratuitamente dalla scuola. “In questo modo non ci sarebbe nulla da misurare o giudicare, e gli studenti potrebbero concentrarsi sullo studio e sulla vita scolastica senza pressioni aggiuntive”. Il dress code, insomma, può essere un’occasione educativa, insomma, ma solo se affrontato con sensibilità e ascolto. Una strada che, al momento, sembra ancora molto lunga.